Convegni interregionali 2001

IL CAMMINO DEL VOLONTARIO AVULSS:

A CHI E COME FARCI PROSSIMO

 

ACCANTO ALLA PERSONA MORENTE 

NEL RISPETTO DELLA SUA DIGNITA'

 

Bressanone

 

Relazione tenuta al convegno interregionale di Bressanone - 20 ottobre 2001

 

Relazione di Don Gian Paolo Tomasi

 

Nei periodi di crisi i grandi problemi esistenziali si pongono in modo inedito. Oggi la questione del morire si propone alla nostra attenzione in maniera nuova; a riproporla non sono solo le immagini di guerra e di violenze, ma anche le esperienze personali di sofferenza e fallimento, di sconfitta della vita e di tradimento. La nostra incapacità collettiva di alimentare la speranza sembra conferire alla nostra morte il carattere di destino assoluto della storia e di compagna crudele del nostro cammino terreno. La morte oggi sembra rendere vano ogni ideale e sterile amore dell'uomo.

 

La morte: "destino" dell'uomo

Le esperienze a cui a cui ho fatto cenno mettono alla luce una componente essenziale e una insopprimibile condizione della nostra esistenza. Noi siamo accompagnati sempre dalla morte perché è il traguardo del nostro cammino. La morte è il nostro destino. Essa non è un incidente nella nostra storia, ma la ragione ultima di ogni nostra impresa. Noi siamo collocati nella vita, per diventare capaci di uscirne; per questo la morte non va letta semplicemente come "la fine" dell'esistenza, ma come "il fine" cioè il criterio supremo della vita: siamo dei condannati e solo l'esperienza dell'amore che ci dice "Tu non morirai" rende sopportabile questa condizione. Solo se nell'amore sperimentiamo la forza della vita, siamo in grado di abbandonarci al ritmo della vita o con altre parole: nell'accoglienza della nostra esistenza segnata dalla morte si svela il suo valore (esempio del feto nel seno materno: egli vi resta finché riesce ad uscirne in modo vitale e ciò che favorisce la sua uscita dal seno, è bene per lui, mentre ciò che la impedisce, è un male per lui). Noi siamo in una situazione destinata a finire: cioè che ci consente di morire bene, è salutare per noi; ciò che invece ce lo impedisce, è male per noi.

Noi però non sappiamo cosa significa morire bene o male, mentre riusciamo a capire quando il feto è pronto o no per nascere. Prepararsi a vivere bene la morte implica accogliere le sue esigenze e assumere gli atteggiamenti implicati. Incominciamo a capire la vita solo quando impariamo a utilizzare i criteri che ci indica la morte; questi criteri sono almeno cinque:

Queste esigenze della morte per il cristiano sono apparse chiaramente nella vicenda storia di Gesù di Nazaret e nel suo insegnamento. La croce per Gesù è diventato il segno concreto di come la morte possa essere criterio di fedeltà alla vita.

 

L'identità della persona umana

Possiamo rispondere alla domanda "chi sei?" solo al termine della vita. Alla nascita l'uomo si identifica con il tutto ed è un complesso di possibilità aperte ad innumerevoli sbocchi. Progressivamente attraverso le scelte ci determiniamo: la scelta rende reale il possibile, ma annulla altre possibilità. Ogni nostra decisione ci qualifica e ogni decisione è una "piccola morte quotidiana" che però consente la nascita definitiva dell'uomo interiore. Ogni scelta comporta l'esperienza del limite ed è una perdita e quindi anticipa l'esperienza del morire.

Finché la nostra identità non è consolidata, ci definiamo attraverso "appartenenze" esterne: il luogo e la data di nascita, i genitori, la residenza, i titoli di studio, i lavori compiuti, le relazioni vissute.

La crescita interiore esige l'abbandono progressivo di questi riferimenti, per acquisire la forma fissata dall'interiorità: non dall'esterno ma dall'interno scaturisce la nostra vera identità.

La morte ci chiederà di aver raggiunto una presenza forte a noi stessi che non esiga riferimenti esterni, per sentirci vivi e per abitare in modo definitivo il proprio nome.

Da cristiani sappiamo che la nostra identità è quella di "figli di Dio" (Cfr. Rm 8,29 - 30), cui corrispondere, secondo Gesù, un nome scritto nei cieli (cfr. Lc 10,20).

"Abitare il proprio nome" è entrare nella forma definitiva di vita propria dell'uomo interiore, che cresce nella storia.

 

Imparare ad amare in modo autentico

La nostra vita è fatta di tappe e ogni tappa implica abbandono e partenza, sempre più esigenti. Già la nascita n'è un esempio: usciamo da una forma di vita ed entriamo in un'altra. Crescendo l'uomo deve progressivamente abbandonare forme immature d'esistenza per entrare in modalità nuove: lasciamo la casa per andare a scuola … lasciamo i genitori per trovare amici … lasciamo la compagnia per formare coppia … lasciamo la scuola per iniziare a lavorare …

Ogni partenza diventa possibile grazie all'amore da cui l'uomo è spinto a crescere e quindi in forza della percezione riflessa dei doni che gli altri ci hanno fatto e vanno facendo a noi.

All'inizio della vita qualcuno ci conduce per mano a fare questi abbandoni e partenze, ma quando la struttura personale diventa autonoma, si attuano "solitudini" sempre più radicali e personali e quindi le partenze per nuove avventure diventano sempre più libere, impegnative e coinvolgenti. Dico questo perché coprendo la morte come l'ultima partenza che esige la capacità di solitudine totale.

La solitudine più accentuata che viviamo "partendo …", non opprime se interiorizziamo le persone che amandoci stabiliscono in maniera definitiva la loro presenza dentro di noi. La morte, quando la vita è stata nutrita dall'amore, è una solitudine abitata da molte presenze. Allora non abbiamo bisogno di qualcuno che ci conduca per mano verso il futuro che sta oltre la morte.

Nella prospettiva di fede cristiana, l'esperienza dell'incontro con Dio che ci ama in maniera incondizionata e creativa, riempie la nostra solitudine e ci dà luce negli occhi per vedere con speranza oltre la morte: dove perveniamo con la morte, l'amore di Dio compie le sue promesse che in anticipo abbiamo pregustato sulla terra nella fede.

 

Il distacco dalle cose

Mentre le persone che ci amano vanno "interiorizzate" per saper partire, le cose debbano essere "consegnate", perché servano ad altri. Ogni attaccamento morboso alle diventa un ostacolo al ben morire. La vita ci richiede che impariamo a fare a meno non di qualcosa, ma di tutto, per concentrarci sull'essenziale che consiste nello spirito o cuore secondo la Bibbia.

La morte ci chiede di essere capaci di lasciare tutto senza portare nulla con noi.

Se non raggiungiamo questo atteggiamento esistenziale, subiremo la morte come un furto, un'ingiustizia che ci sottrae ciò che riteniamo nostro diritto e proprietà.

Per il cristiano ciò significa imparare la scelta della povertà secondo il vangelo, l'abbandono alla provvidenza divina (Cfr. Lc 12,13-34), riconoscere l'insufficienza delle cose a riempire il proprio cuore.

Nulla ci appartiene, solo il nome e Gesù ci assicura che questo è scritto nei cieli, cioè è al sicuro in Dio.

Questa convinzione si acquisisce solo attraverso l'esercito dell'amore gratuito e disinteressato.

 

Amare in modo oblativo

La morte esige che impariamo a "consegnarci agli altri" perché la vita fluisca. La morte ci chiede di amare al punto da non trattenere nulla per noi stessi, neppure il proprio corpo … ci chiede di saper consegnarci totalmente.

Il tempo va vissuto con un atteggiamento oblativo per essere capaci nella morte di consegnare ciò che la vita ci aveva consegnato. Già la vita in sé chiede a tutti questa disposizione perché essa possa continuare a diffondersi sulla terra e nel tempo. Se ogni persona o ogni gruppo umano non consegnasse nella morte quello che ha appreso e accumulato, la vita finirebbe assai presto.

L'amore oblativo non è solo legge morale, ma esigenza fondamentale della vita stessa.

Che cos'è l'amore? È la relazione all'attrattiva esercitata su di noi dal Bene, dal Vero, dal Giusto, dal Bello; è la forza vitale che ci spinge a stabilire rapporti fecondi e a sviluppare perciò la capacità di consegnare vita a chi è in crescita.

Il dono della vita non perviene a nessuno se non attraverso l'azione amorosa di una coppia. Tutti abbiamo bisogno per crescere di ambienti vitali, costituiti da intrecci di rapporti significativi e positivi. Gli ambienti vitali non sono stabiliti semplicemente per la presenza di persone, ma dalle dinamiche di amore che le uniscono.

L'amore no può essere esecuzione di un dovere o puro risultato di un istinto necessitato, ma è urgenza che sollecita la libertà in vista della crescita personale e del progresso integrale della società. Ma non ogni forma di amore è sufficiente a far crescere: quanto più la persona è "vuota" tanto più esige amore oblativo capace di offerta senza aspettative o peggio ricatti o condizioni, come è l'amore di Dio trinità.

Tutti nasciamo possessivi e egoisti, e a tutti la vita chiede di diventare capaci di offrirla senza riserve. Se viviamo i rapporti in una dinamica oblativa: crescono le persone cui ci leghiamo e cresciamo noi. Quando invece i rapporti sono stabiliti sulla base degli interessi o per convenienza o per appagamento dei propri istinti o per autogratificazione, non costituiscono ambiti di crescita perché sviluppano dinamiche di dominio e di possesso.

Se tutti amassero in modo possessivo, la vita si fermerebbe perché nessuno la metterebbe in circolo. La vita esige per poter espandersi l'oblativita. La vita per non esaurirsi e per potersi diffondere esige che almeno alcuni siano capaci di amore offerto liberamente e senza interessi (si pensi alla dinamica del rapporto figlio e genitori: per l'amore oblativo dei genitori il figlio impara ad amare).

Ogni egoismo provoca deterioramento dl clima vitale, distruzione delle energie necessarie alla crescita di tutti. La morte porta il segno di questa ambiguità dell'amore umano. Ogni morte ingiusta è il segno di un amore che non è giunto ancora alle forme oblative.

Il vangelo parlandoci dell'amore di Dio Gesù evidenzia la fecondità per la vita di un amore che sa perdersi perché chi si è perduto ritrovi se stesso (Cfr. Rm 5,6-10 e 8,31-39, ecc.).

 

Fidarsi della vita

La morte ci chiede di fidarci della vita, per ritrovarla in modo nuovo e inaspettato.

Questo "fidarsi" è possibile solo in un rapporto forte con Gesù Cristo che ci invita ad essere come il chicco di grano caduto tra zolle (Cfr. Mt 16,21; Lc 17,33 e Gv 12,25).

Morire è abbandonare questa vita, e cioè è possibile quando si è in grado di abbandonarsi in Colui che ha detto "Io sono la Vita", in Colui che è l?amore eterno (Cfr. Lc 23,46).

Se in noi palpita la fede in Gesù Cristo la morte acquista un significato nuovo: è l'attesa gioiosa del segreto che la vita non ha potuto ancora rivelare, ma anche che ha lasciato intravedere nei riflessi gioiosi delle anticipazioni della storia.

 

La morte di Gesù

Gesù è stato nelle sue opere e parole il segno vero della morte come criterio di vita.

La "sua ora" ha orientato i suoi passi ed è diventata criterio delle scelte. La croce, luogo della fedeltà di Gesù alla vita, è simbolo di chi vive fino alla pienezza.

a)       Nella sua morte Gesù ha raggiunto la pienezza della sua identità di Figlio (Cfr. Fil 2,8-8; Eb).

b)       Nella morte di Gesù è stato solo (Cfr. Mc 14,32-36 e Mc 15,34: la morte) ma tutti portava con sé (Cfr. Lc 23,42-43 e Gv 19,25-28).

c)       Nella croce di Gesù vive in maniera assoluta la povertà che aveva già vissuto e predicato: "Chi non rinunzia ai suoi beni non può essere mio discepolo" (Lc 14,33); "non si può servire due padroni …" (Mt 5,34; 19,21.26) perché "dov'è il tuo tesori, là sarà anche il tuo cuore" (Lc 12,34). Per Gesù o si è servi Dio e distaccati dal mondo e si è vivi oppure si è schiavi delle cose e si perde la vita.

d)       Nella croce Gesù ha mostrato la forza dell'amore di Dio che diventa amore ai fratelli (offerta di sé perché gli altri vivano - Cfr. Lc 23,34; Eb 7,27 e 9,11s). Gesù nella sua vita terrena ha mostrato l'amore del padre nella nostra storia e ci ha inviati ad accogliere questa energia divina. La risposta dell'uomo è l'amore a Dio e l'amore al prossimo (Lc 10,25-37): il buon samaritano): essi sono i due momenti dell'unico processo vitale. Mediante Gesù abbiamo scoperto a che cosa conduce la fedeltà al progetto di Dio.

e)       Nel morire Gesù sperimenta e vive l'amore del padre nello Spirito: "Abbà …" (nell'agonia: Mc 14,36 e nella morte: Lc 23,46)

Il morire di Gesù ha ricevuto dal padre la risposta della sicurezza con cui Dio ha costituito Gesù: Signore e Cristo, per la fedeltà con cui ha amato anche quando l'odio e la violenza lo uccidevano. Gesù ci ha rilevato che l'amore è la ragione e la dinamica della vita e che il dono di Dio può emergere nella storia solo attraverso l'azione amorosa degli uomini: la Trinità non può operare la salvezza che attraverso gesti concreti di uomini che amano. Ogni uomo infatti non è in grado di accogliere la salvezza, se non gli perviene attraverso strumenti umani.

Gli atteggiamenti indicati da Gesù per essere suoi discepoli sono necessari a tutti per divenire uomini. Essi corrispondono alle esigenze che la morte porrà ad ogni uomo per essere vissuta.

La fiducia totale nella vita anche nel momento in cui si perde, l'ascolto fedele della Parola di Dio in modo da compiere sempre la volontà del Padre, il distacco dalle cose per saperle consegnare, l'amore oblativo che consente di offrirci agli altri senza interesse o ricatti, sono orientamenti necessari per sviluppare gli atteggiamenti profondi della persona e per farci conformi all'immagine del Figlio di Dio; sono le condizioni imprescindibili per avere il proprio nome scritto nei cieli (Cfr. Lc 10,20).

Questi atteggiamenti sono necessari a tutti per vivere intensamente.

Le modalità per raggiungere questo stato dell'esistenza sono varie e le pratiche per sviluppare le dinamiche sono diverse ma la sostanza è la stessa. La vita esige da tutti l'acquisizione di questi atteggiamenti perché sono le condizioneper saper morire e quindi per vivere intensamente.

Per acquisirli dobbiamo modificare progressivamente la condizione in cui ci troviamo al nostro nascere: siamo infatti centrati sulle persone, mossi dagli istinti, dominati dal possedere le cose. Dobbiamo convertirci che significa "andare un poco oltre!" (questo è il senso di Lc 9,23 e 14,26). Rinunciare a se stessi (Cfr. Lc 14,27 e Mt 10,37-39) significa non seguire i propri istinti che riflettono un passato immaturo e lasciarsi guidare dall esigenze della vita per crescere come figli di Dio.

Quando l'uomo sente di essere portato dall'amore di Dio, si abbandona fiducioso in Lui,accoglie questo amore e lo vive, manifestandolo, comunicandolo. Vivendo cos', l'uomo è poi capace di consegnarsi alla morte, attendendo Dio della Vita il compimento delle promesse che l'amore porta in sé.

 

Quale atteggiamento verso la morte procrastinata?

Oggi molti avvertono che l'allungamento artificiale della vita sia più un peso che un beneficio. Di fronte a questa possibilità, un tempo inconcepibile, di allungare la propria vita, anche se si tratta spesso di un mero vegetare, diventiamo più consapevoli di una nuova dimensione della nostra responsabilità: la nostra responsabilità verso la vita include ora anche quella verso il nostro morire.

La vita è un dono di Dio , ma anche un compito dell'uomo, secondo la volontà di Dio espressa in Gen 1,26-28. la vita umana è certamente creazione di Dio, ma anche responsabilità dell'uomo. Così l'uomo deve "resistere" sino alla "sua ora", ma quale fine è mai stabilita? Certo una "restituzione anzitempo" della vita è un "no" umano al "si" divino, ma che cosa significa "anzitempo" di fronte ad una vita distrutta fisicamente e/o psicologicamente?

Non perché la vita del neonato incapace di vivere, del malato inguaribile o di colui che ormai privo di autocoscienza, sarebbe una "vita indegna di essere vissuta", addirittura "disumana", si pone il problema dell'eutanasia, ma al contrario: proprio perché l'uomo è e resta in ogni caso uomo, egli ha diritto ad una vita degna dell'uomo e anche ha diritto di morire come uomo. Ora in certe situazioni questo diritto è assicurato all'uomo mediante un'interminabile dipendenza da macchinari o medicine, se gli è possibile anche solo un'esistenza vegetativa.

Affermiamo che ad una crescita del controllo dei processi vitali, deve corrispondere maggiore responsabilità dell'uomo. Questo, specie nel caso dell'inizio e della fine della vita umana, ha come conseguenza un mutamento nella coscienza dei valori e delle norme connesse. Un tempo molti teologi moralisti interpretavano e respingevano la regolazione attiva (artificiale) delle nascite come un "no" alla sovranità di Dio sulla vita, finché si sono dovuti rendere conto che anche nel concepimento di Dio affida all'uomo piena responsabilità (non arbitrio). Oggi i fantastici progressi della medicina ci hanno resi consapevoli che anche la fine umana è affidata più di prima alla nostra responsabilità (non al nostro arbitrio!) e chi ce l'ha affidato è lo stesso Dio della Vita.

La discussione sull'eutanasia, almeno per noi credenti, deve essere portata su un altro piano: proprio chi è convinto che ogni persona non muore assurdamente nel nulla, ma in una realtà prima ed ultima … proprio chi è convinto che morire non è un'insana dipartita, ma un ingresso e un ritorno, si assumerà la propria responsabilità - sia egli paziente o medico o familiare - con minore ansia e tensione.

Lo stato (L'eutanasia nazista sia un monito per tutti) non ha nulla qua da rivendicare: nessuna potenza del mondo ha il diritto di decidere se una vita umana è "degna o indegna di essere vissuta". In questa questione si tratta di rispettare la responsabile decisione di coscienza del malato (o in caso di sua impossibilità, quella dei familiari più prossimi e dopo se mancano questi, quella dei medici). Ciò significa che:

Oggi si dovrebbe forse elaborare di nuovo - anche se in modalità diverse da un tempo - qualcosa di simile alla "ars morendi" … una "cultura del morire"?

Alla luce della fede cristiana che parla di vita eterna per la nostra vita terrena, non dovrebbe essere possibile morire una morte umana totalmente diversa, degna dell'uomo?

Io credo che il cristiano che si avvia alla morte non deve come gli stoici reprimere le emozioni, negare l'ansia che lo afferra, ostentare freddezza e falsa serenità. Gesù non è morto come uno stoico, ma tra grandissimi tormenti gridando al cielo il suo dolore ma anche la sua fede. Di fronte alla morte di Gesù il cristiano non è obbligato a negare l'angoscia e la paura, ma anzi è chiamato a credere che la sua angoscia e la sua paura sono abbracciate e trasformate dall'amore del Padre che sosteneva la croce del Figlio. Dobbiamo maturare nei confronti della morte l'atteggiamento di fede che sa che alla morte è stato tolto "il pungiglione".

La morte di Gesù non è l'ultima parola nella sua esistenza perché è la resurrezione che è il "Si" del Padre in Gesù ad ogni uomo. Per il mistero pasquale di Gesù non esiste più profondità del cuore umano, colpa, miseria, angoscia e abbandono, che non siano abbracciati da un Dio che precede l'uomo sempre, anche nella morte. Il Crocifisso Risorto ci aiuta a credere che non moriamo nella tenebra, nel vuoto, nel nulla, bensì entriamo nella pienezza della trinità, nella luce del giorno eterno .. e che in questa situazione non dobbiamo fare alcunché, ma soltanto lasciarci chiamare, guidare, sostenere, amare.

In questa prospettiva cristologia la morte acquisterà un altro significato per il cristiano: la morte non è le fauci dell'abisso che tutto distrugge e divora né lo spegnersi e l'annullarsi delle possibilità umane né l'ultimo nemico della nostra vita, che trionfa su di noi. Vedremo la morte come soglia e porta che si apre sulla luce divina e sarà la gloria e il trionfo dell'Amore trinitario in noi (1Cor 15,28).

Quanto sarebbe allora importante specialmente con i pazienti terminali avere il tempo necessario per aiutare a non aver paura di morire! Per aiutare a morire in maniera diversa! Penso alla morte di mia madre: è stato un abbandonarsi all'unico legame che dà ragione alla nostra esistenza: la religione che in Gesù ha il suo cuore pulsante amore. In lei ho visto il morire diverso: in silenzio calma e certezza piena di speranza, con gratitudine alla vita e soddisfazione per il tempo vissuto, anche se colmo di problemi e difficoltà.

Penso al morire come ad un trascendere questa vita finita nella vita eterna: vita mutatur non tullitur! (prefazio della messa per i defunti: la vita non è tolta, ma trasformata!).

 

 

Lavori di gruppo

Gruppo A

 

I lavori di gruppo si sono svolti in un clima cordiale e rispettoso della idea di tutti. Ognuno ha potuto così esprimere il proprio pensiero sul tema trattato.

Inizialmente è stato notato che della morte si parla poco per paura, per difficoltà ad affrontare l'argomento, perché non si è preparati.

In seguito è emersa la necessità, per un volontario, di prepararsi per sapere come stare vicino ad una persona che muore, preparandosi anche alla propria morte, staccandosi dalle cose, come ci aveva detto don Gian Paolo Tomasi. È stato sottolineato che bisogna staccarsi dalle cose e non dai propri cari, che bisogna sempre avere nel cuore.

Molti componenti del gruppo hanno portato loro esperienze personali, morti di parenti, di amici o di loro assistiti.

Tutti d'accorso sulla qualità del morire: si alle cure palliative no all'accanimento terapeutico.

Si è anche parlato di come e quando mettere il malato al corrente delle sue condizioni e come il volntario può essere di aiuto al malato o ai suoi familiari, cercando di dare coraggio, ma di lasciare sempre la speranza.

Con i malati terminali non basta la buona volontà, ma ci vuole attitudine e preparazione, seguita da psicologi con molti incontri.

Nelle case di riposo si può fare l'unzione degli infermi comunitaria, questo è un momento forte per i volontari. Una volta tutto il paese veniva chiamato a pregare per un morente.

L'approccio al morente è per noi volontari la cosa più difficile. I volontari, se vogliono accompagnare il morente devono prepararsi a capire cosa è la morte.

I volontari non devono piangere, ma accompagnare serenamente.

A questo punto sono seguite varie testimonianze di morti serene e di esempio per tutti così che il dialogo tra noi iniziato con la morte che fa paura è terminato con le parole di San Paolo che un partecipante ha riportato: "il mio vivere è Cristo e morire è un guadagno".

 

Gruppo B

 

La morte non è un traguardo per noi, non è la fine della vita ma il fine (non condiviso da tutti).

La vita è fatta di tappe, la morte fa parte della vita. È importante rappropiarsi del valore della morte, mentre per tanti di noi e per i medici è una sconfitta.

È importante per il volontario fare una sensibilizzazione del valore della vita, che include anche la morte.

Rispettare sempre la volontà del morente è un dovere.

A volte per i familiari è più facile, più semplice lasciare la persona in ospedale dove viene prolungata la vita certe volte con l'accanimento terapeutico.

È statisticamente provato che un malato terminale non chiede l'eutanasia, ma solo la cessazione del dolore.

La morte vissuta con grande fede all'interno di un contesto familiare non è la solitudine di una struttura ospedaliera.

Don Tomasi vuole aprire una nuova cultura di conoscenza della morte. La vita è un mistero. Per il credente l'uomo è stato creato per qualcosa di superiore per avere una vita futura. Questa è una consapevolezza che deriva dalla fede, la morte è la partenza per la vita.

Come si può sostenere una persona non credente che muore? Non si rispetta la sua dignità parlandogli di fede. Sembra di prenderlo in giro. Cosa si può dire? Solo standogli accanto con amore avrà forza e tranquillità.

L'accanimento terapeutico di fronte ad una persona giovane è difficile da giudicare.

Per aiutare a morire dobbiamo aver maturato in noi stessi l'accettazione di questo aspetto della vita. Rispettare la dignità dell'uomo: questo rispetto deve esserci durante tutte le tappe della vita, non solo nel momento della morte.

 

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