Convegni interregionali 2001

IL CAMMINO DEL VOLONTARIO AVULSS:

A CHI E COME FARCI PROSSIMO

 

ACCANTO ALLA PERSONA MORENTE 

NEL RISPETTO DELLA SUA DIGNITA'

 

Erice

 

Relazione tenuta al convegno interregionale di Erice - 24 novembre 2001

 

Relazione di Don Nino Raspanti

 

 

 

LAVORI DI GRUPPO

Primo gruppo

Questo tema affrontato dal gruppo in un clima cordiale prima, molto emotivo poi. Chi di noi non ha perso una persona cara. Chi di noi non si è chiesto: ho fatto abbastanza in quel tragico ultimo momento?

Morte: una parola che ci impaurisce, che ci riflettere, che ci turba. Come comportarci accanto alla persona che la sente vicino, che sente che sta lasciando tutto quello a cui era legato; persone , affetti e anche cose? Cosa fare per aiutarla pur rispettando la sua dignità? Le risposte sono state varie che in sintesi diventano due:

1) stare accanto alla persona senza parlare, facendo solo sentire la nostra presenza affettuosa, pronta ad eventuale colloquio solo se desiderato, con un gesto o una carezza. Oppure parlare facendo vedere la morte nell'ottica Cristiana, non una fine ma un inizio

2) altra considerazione emersa dal gruppo la consapevolezza di poca preparazione sull'argomento e una necessità di una maggiore informazione.

La realtà emersa è che chi muore è solo. Se ha fede è solo ma con la profonda convinzione di avere accanto a se l'amore più grande; se non ha fede ha solo la sua paura e la sua disperazione.

 

Secondo gruppo

Considerato che viviamo in una società in cui prevalgono i pseudo valori dell'efficienza e della competitività, l'uomo in stato di malattia, tanto più se allo stadio terminale, viene considerato dall'istituzione ospitante un numero, da curare nel corpo con l'apporto di terapie e farmaci per continuare per continuare la sua vita fisica e non viene considerato persona portatori di valori e come tale con un bagaglio esistenziale irripetibile, da attenzioni quindi, per quanto riguarda la sua sfera emotiva-relazionale.

In ospedale "sorella morte" di francescana memoria, giunge come atto conclusivo di un insuccesso terapeutico, invece per un volontario Avulss la morte è la conclusione del vivere terreno, la porta della vita futura per il cui fine l'uomo è stato creato. Questo momento così pregnante di passaggio deve essere preparato, con un iter, che parte dal vissuto della persona, ne raccoglie e valorizza la testimonianza per accogliere ciò che di positivo ha fatto nella sua esistenza. Tale testimonianza potrà essere d'aiuto e sostegno a se stesso e agli altri. Il volontario dovrà essere partecipe della sofferenza del malato e vivere, questo momento di condivisione, come "privilegio" che scaturisce dalla compartecipazione al dolore dell'altro che finirà per divenire elemento di valore e di discernimento della sua vita in uno scambio amorevolmente vicino.

Oggetto di riflessione del gruppo è stato anche il diverso modo di porgersi nei confronti del morente credente, sostenuto dalla fede cristiana per il quale la morte non è la fonte del male, ma la fonte d'accesso alla vita immortale e il porsi nei confronti del morente di altre confessioni o addirittura di un ateo.

In entrambi i casi si dovrà sempre rispettare la libertà di gestire il proprio trapasso con un rispettoso silenzio, più loquace di un inopportuno e non desiderato tentativo di conforto, tenendo sempre presente che nel morente noi incontriamo l'uomo, portatore come persona di valori inalienabili quali la dignità e la libertà, che non vanno mai calpestati ne limitati. Per i cristiani, invece questo cammino di sofferenza è gradino, è mezzo per la partecipazione al dolore salvifico per l'intera umanità. Come afferma la pensatrice la pensatrice Rissa Maritain che vede nel dolore della morte una partecipazione temporale ai dolori del Cristo crocefisso, nonché il contributo soggettivo al processo redentivo e quindi la morte è vita, come rinascita, come inizio alla vita futura, non limitata nel tempo, per la quale l'uomo è stato creato.

Il volontario dovrà tenere in gran conto anche l'approccio con le figure parentali del sofferenti che potranno sostenere quest'ultimo emotivamente e sostituirsi ad esso in caso di assenza o mancata partecipazione. Il volontario, ancora, si adorerà, se richiesto, perché al capezzale del malato accorra un religioso, che ne curerà l'assistenza spirituale e di una psicologica. Si è anche discusso e considerato su diverse e soggettive fasi di sofferenza, che conducono alla morte e che accompagnano l'uomo nella sua irripetibilità, anche in un momento così importante. Esse sono correlate alla fascia di età.

In un anziano il distacco terreno viene vissuto e accettato con maggiore rassegnazione e dal soggetto stesso e dai familiari, mentre più scabroso e traumatica è per i giovani a cui vengono bruscamente interrotti sogni e aspettative. Anche perché non abbiamo una cultura della morte, non ci si prepara ad accoglierla in una civiltà consumistica e quanto mai massificante, che ci porta ad esorcizzare questo momento tanto atteso per i grandi mistici di ogni epoca.

A conclusione dei lavori, il gruppo ha riflettuto, alla luce di dati esperenziali, sulla posizione dei giovani morenti, malati di AIDS. Essi prima di morire, sentono, in gran parte il bisogno di riconciliazione con se stessi e con gli altri, dai quali attendono di ricevere il perdono, avendo vissuto e posto in essere situazioni di estrema rottura e, se credenti, nell'ultima fase della loro esistenza, ripongono molta fiducia nella misericordia divina, certi che saprà amorevolmente accoglierli.

 

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