Convegni interregionali 2001

IL CAMMINO DEL VOLONTARIO AVULSS:

A CHI E COME FARCI PROSSIMO

 

ACCANTO ALLA PERSONA MORENTE 

NEL RISPETTO DELLA SUA DIGNITA'

 

Gallipoli

 

Relazione tenuta al convegno interregionale di Gallipoli - 17 novembre 2001

 

Relazione di Don Marcello Spada

 

Certo devo dire da subito che non sono stato tanto fortunato sul tema affidatomi, perché parlare della morte mette sempre dentro ciascuno di noi un po' di angoscia, però e pur vero che la riflessione della mente umana, stupita di fronte allo spettacolo universale e inarrestabile per cui tutti i viventi, l'uno dopo ad ogni momento, e spesso anche, per cause varie, in grande moltitudine allo stesso tempo (attentato alle torri gemelle, la stessa guerra che stiamo vivendo, giusto per riportare due ultimi avvenimenti di cronaca dei nostri giorni) cessano di essere sulla terra quello che erano e che per una profonda e sostanziale trasformazione ne riduce i corpi in polvere e cenere, fu bene espressa, millenni or sono, dal figlio di Davide, Qoelet, nel suo noto libro ispirato, che immediatamente precedente la simbolica elevazione lirico-mistica del cantico dei cantici:

 

"… Vanità delle vanità, esclama l'ecclesiaste;

vanità delle vanità, e tutto è vanità!

Che cosa infatti rimane all'uomo di tutto il suo lavoro,

che lo affatica quaggiù sotto la sferza del sole?

Una generazione tramonta e un'altra ne nasce …

Sorge il sole e anch'esso tramonta …

La morte è comunque sorte, per l'uomo come per il bruto:

in questo uguale è la loro condizione" (Qo 1,1ss; 3,19ss).

 

Per la prima volta, è nella prima pagina divinamente ispirata alla storia dell'umanità, che troviamo la morte nella parola di Dio Creatore, nella parola premonitrice ed ammonitrice dell'Autore stesso della vita rivolta al primo uomo: "se peccherai, morirai" (Gn. 2,17).

Paolo di tarso, divenuto apostolo di Cristo e microfono vivente dello Spirito di verità, ispirato da questo divino Spirito, scrive ai romani svelando quel grande mistero di umana solidarietà, per cui, per quel primo peccato del primo uomo, Adamo, dal quale l'intero genere umano deriva, è entrata nel mondo la morte, laddove, invece, senza il peccato, sarebbe fiorita immortale la vita. E come il regno della morte dilagò da Adamo fino a Mosè, così la morte proseguirà invitta il suo dominio sterminatore fino alla fine dei tempi.

E così la morte continua, attraverso uno stillicidio ininterrotto, la sua strage. Vero pungolo mortifero del peccato, che non fallisce un colpo la definisce San Paolo, la morte ancora di più e meglio, come la descrive san Giovanni nell'apocalisse, è la ministra di Dio, sempre pronta ai suoi ordini:

 

ecco io vidi un cavallo pallido, e sopra di esso inforcava la sella uno, il cui nome è morte: al suo seguito erano tutti i morti dello Sheòl, e a lui furono dati i pieni poteri su tutte e quattro le parti della terra per uccidere con ogni mezzo: con la spada, con la fame e con ogni genere di morte" (Ap. 6,8ss).

 

Si pensi al ritmo impressionante della comune mortalità: vecchi e giovani , adulti e appena nati o appena generati, malati di vario tipo e di vario genere. Se pensi ai morti per incidenti stradali, per incidenti sul lavoro, per droga o alcolismo.

E che dire, ancora, delle cifre straordinarie e impressionanti dei morti per cause di guerre? Si pensi, in modo particolare a tutte le guerre passate nella storia dell'umanità, alle ultime guerre mondiali, di proporzioni sempre più apocalittiche. Che ne sarebbe ora per l'umanità se certi uomini, in qualsiasi maniera, si assumessero criminalmente la tragica responsabilità di scatenare una deprecatissima guerra mondiale nucleare?

Il presente mio intervento non vuole esaminare e studiare il problema della morte ne capire l'essenza della morte stessa che, biologicamente parlando, viene definita come la cessazione di quelle manifestazioni essenziali che costituivano i segni o le funzioni essenziali della vita.

Il mio intervento vuole essere un modestissimo aiuto al volontario che ha scelto, per fede e per convinzione, di offrire, ai bisognosi di aiuto , tempo, capacità personali e conoscenze professionali.

Si sa, la morte, soprattutto oggi, è quell'evento che si vorrebbe dimenticare, anche se è un appuntamento che ci attende tutti.pur trovandoci di fronte ad immagini che continuamente invadono la televisione e i giornali, abbiamo paura di affrontare questo argomento, soprattutto nel momento in cui ci tocca da vicino.

La difesa utilizzata dalla nostra società è quella di negare, rimuovere, dimenticare, fare come se la morte non esistesse.

Sembra questa l'unica maniera di combattere l'angoscia di morte propria di questa società, di queste città che sono come grandi cimiteri, sotto la luna, di uomini morti o uomini che devono morire e che molto spesso non hanno nessuna o poca speranza di una loro personale vita eterna.

La morte è divenuta un momento anonimo da regalare in ospedale, quante volte mi capita di stare al capezzale di un moribondo, qui in ospedale, e dopo l'Unzione degli Infermi, quasi vergognosamente, per non intaccare la suscettibilità dei parenti, sotto voce dico: "perché non lo portate a casa e lo fate morire nel suo ambiente tra i suoi affetti e nel loro letto".

Invece il più delle volte si spegne la vita lontano dalla quotidianità. Direi che quasi si elogia chi se n'è andato rapidamente senza disturbare nessuno, perché la società attuale, drogata dal delirio dell'onnipotenza e della bellezza inesauribile, concepisce la vecchiaia, la malattia e la morte come segni di decadenza. Eppure, la tematica della morte è sempre attuale e va affrontata con serietà da coloro che curano il sofferente per evitargli un doloroso isolamento psicologico.

Il malato vicino alla morte soffre due grossi problemi: il dolore fisico, che la medicina oggi è in grado di alleviare, e quello della solitudine, dato che la malattia grave, spesso, istintivamente, induce coloro che gli sono vicino alla fuga e alla menzogna.

Il personale sanitario si interessa prevalentemente alla patologia, ma si presenta impreparato soprattutto nella relazione.

I famigliari si nascondono con la maschera della bugia pietosa anche se conoscono la verità e, il più delle volte, chiedono al medico che il loro congiunto non sia informato perché non si spaventi. Si impegnano a proteggere il malato dalla consapevolezza del morire, usando delle allusioni sfumate che infondere fiducia, ma che spesso mettono i brividi per ciò che tacciano.

Ed e qui che si inserisce la missione e la figura del volontario.

Egli è consapevole della concezione cristiana, secondo cui la morte non cancella la vita, ma la trasforma, come recita il Prefazio delle messe esequiali, ed è inoltre portatore del messaggio di resurrezione di Cristo, cioè che l'esistenza di ogni uomo, come la stessa esistenza del Cristo, non si concluderà con la morte, ma con la resurrezione.

La morte è solo una velina che divide la vita terrena da quella eterna per cui, terminata la prima parte sulla terra, l'esistenza continuerà in cielo.

È bene ricordare la promessa di Gesù al buon ladrone.

 

"Gesù ricordati di me, quando entrerai nel tuo regno" e lui "in verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso" (Lc. 23,43).

 

Questo è il fondamento della fede cristiana; ci ricorda San Paolo:

 

"se Cristo non è resuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede" (I Cor. 15,14).

 

Cristo ha conferito a questo evento, che non ha assolutamente né cercato, né desiderato e di fronte al quale ha avuto timore: "Padre se è possibile passi da me questo momento …" (Lc. 22,42), un significato pienamente essenziale superando l'atteggiamento storico presente, da sempre esorcizzato da molti.

Gesù insegna che per prepararsi con serenità consapevole alla morte serve vivere pienamente la vita, cioè ogni giornata e ogni attività.

È necessario quindi impegnarsi a non sciupare nessun giorno della nostra vita; al contrario, è importante amarlo, valorizzarlo, viverlo pienamente. Avendo chiara coscienza di questo è possibile impostare l'esistenza, i valori, i sentimenti, i progetti e compiere determinate esperienze piuttosto che altre con la finalità di valorizzare massimamente la vita e di gioire della stessa.

Possono essere belle espressioni queste; certamente sono verità fondamentali del nostro essere cristiani.

Il sofferente, però, a bisogno, in quei momenti, direi, tanto solenni e importanti, di sentire un cuore vicino, che rispetti la sua sofferenza, che conforti e illumini la fede.

Ha bisogno soprattutto di una mano che aiuti il suo coraggio; ricordo la mia povera zia che negli ultimi istanti della sua vita diceva: "stringimi forte la mano, stammi vicino". Ha bisogno, cioè di amore, di tanto amore.

Mi piace concludere questo intervento con un invito e un augurio.

L'invito a me e ai nostri volontari. Che siano portatori di amore, gli uomini dell'autentico amore cristiano, gli uomini che sappiano con la loro attiva presenza e con disinteressato amore dischiudere alla persona che muore gli orizzonti più luminosi dell'amore eterno.

E l'augurio che anche noi, secondo il piano imprescrutabile della provvidenza, possiamo sentire un cuore, come dice il poeta:

"quando non intesa, quando non vista sopra di noi si chinerà la morte con la sua lampada accesa!".

 

Lavori di gruppo

 

I componenti del gruppo hanno riportato esperienze vissute come volontari che esperienze personali.

Abbiamo pensato di riportare le esperienze emerse per poter condividere il lavoro svolto nella speranza di poter trasmettere la serenità che ha accompagnato noi intorno ad un tema diciamo difficile.

A) Assistenza sin dall'inizio della malattia a due anziani che non l'accettavano, sensibilizzando i familiari per la presenza di un sacerdote che li accompagnasse. Tale presenza si riteneva utile ma era considerata tabù anche dai familiari stessi. Si è continuato nell'assistenza silenziosa sino a quando è giunto il momento di un contatto con un sacerdote; che è avvenuto straordinariamente nel momento in cui si è accettata la malattia.

Riflessione:

a)      la conseguenza della non accettazione della morte porta alla non accettazione dell'accompagnamento sacerdotale

b)      la morte è sempre santa, sono le nostre paure che non la fanno sentire tale

  B) Non praticante scopre la presenza di Dio nel momento della malattia. Quando non ha avuto più le forze è stato visto, ripetutamente, fare il segno della croce.

Riflessione:

a)      è il Signore che agisce e solo Lui. Noi volontari possiamo solo essere vicino a chi soffre

  Spesso i familiari evitano i contatti con i malati terminali per non provocare traumi, soprattutto quando sono coinvolti figli in tenera età.

L'assistenza sia in ospedale e successivamente a domicilio ha testimoniato che il contatto serve sostenere sia la speranza tra i familiari e sollievo per chi affronta la morte. Tutto filtrato attraverso la preghiera.

Riflessione:

il coraggio e la preghiera diventano balsamo perché subentra l'accettazione.

  Esperienze di accompagnamento sia con la preghiera silenziosa che con il rispetto per le scelte dell'ammalato

Riflessione:

a)      rispettare le scelte dell'ammalato permette di vivere la morte con dignità

b)      concetto forte: chi vive la morte con la fede la vive con dignità - morire è rinascere

c)       l'esperienza con i malati terminali porta a scoprire l'importanza dell'accoglienza e non prendere le distanze. Tale momento non è anonimo; accogliere, ascoltare, dare la mano (contatto fisico) prepara l'ammalato ad accogliere ed accettare la morte

d)      espressione di Don Giacomo Luzietti: "prendere per mano l'ammalato perché possa sentire il contatto e riempire il silenzio con la preghiera"

e)       essere quelle particelle che generano tante piccole bollicine

f)        essere i sacerdoti che offrono a Dio, nel silenzio, la sofferenza dei fratelli come Cristo sulla croce

g)      far scoprire agli ammalati che nella malattia si continua la passione di Cristo e che quando ci chiamerà alla morte sarà con la lampada accesa

 

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