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Pompei 16 - 17 novembre 2002 convegno nazionale il cammino del volontario Avulss INTEGRAZIONE SOCIO - SANITARIA IL RUOLO DEL VOLONTARIATO |
INTERVENTO DEL PROF. MONS. ZIGLIOLI DON ROBERTO
Responsabile culturale AVULSS
SINTESI DELL’INTERVENTO
Prima di essere operatori volontari siamo cittadini di questa Nazione e ci deve importare quello che è interesse di tutti; prima ancora di preoccuparci, come membri di una Associazione di Volontariato, di essere applicatori competenti delle Leggi in materia di integrazione socio-sanitaria, dobbiamo conoscere queste disposizioni legislative perché ci riguardano in prima persona come cittadini. Prima di essere un diritto, questa conoscenza è un nostro dovere, anche se la comprensione di queste norme non sempre è agevole. Spesso le Leggi non sono pienamente applicate ed è difficile a volte reperire dai funzionari pubblici informazioni competenti. Il più delle volte non rivendichiamo i nostri diritti perché siamo ignoranti, non sappiamo neppure che ci sono riconosciuti e garantiti.
Abbiamo avuto una certa sorpresa per l’assenza, fatta eccezione per la testimonianza di Palermo e del Trentino, di chi poteva dirci a che livello è l’applicazione della Legge 328 nelle nostre Regioni. A tal riguardo riconosciamo gli sforzi e le difficoltà per l’attuazione di queste norme sul territorio. Questo fatto può favorire in noi una specie di scatto d’orgoglio, nel senso che possiamo pensare che facciamo parte di quel volontariato che sa anticipare, che non aspetta di essere omologato e che vuole mantenersi libero. Il volontariato è, infatti, anche capace di innovare: nel faticoso cammino dell’integrazione socio-sanitaria riconosciamo la nostra partenza (Legge 833/78). Abbiamo preceduto l’art. 15 di questa Legge “La gestione coordinata e integrata dei servizi delle Unità Sanitarie Locali con i servizi sociali esistenti sul territorio” perché è uno dei cardini sui cui si fonda la prima riforma sanitaria nazionale. Ora dobbiamo essere fieri della riaffermazione da parte del Legislatore di questi principi che confermano e danno nuovo slancio alla strada percorsa in questi anni.
Ma non possiamo solo compiacerci, non dobbiamo credere di essere arrivati: la presunzione di sapere tutto è un pericolo, una tentazione. Non dobbiamo rallentare il senso dell’urgenza di assumerci responsabilità ben precise come cittadini e volontari.
E’ importante rimarcare alcuni punti fermi che ci sono stati proposti negli interventi in queste giornate.
- La dignità, l’unicità e la totalità della persona. Questo concetto è il fondamento, la ragione ultima per la quale si fanno le Leggi e si creano le Istituzioni, che devono sempre essere al servizio della persona. Non ci si deve fermare al soddisfacimento di alcune necessità dell’uomo, ma è necessario considerare la totalità dei suoi bisogni. La persona verso la quale volgiamo il nostro sguardo rimane sempre soggetto attivo (il fine) e protagonista anche quando è in condizioni apparentemente passive.
- I diritti di cittadinanza sono di tutti, uguali per tutti (se si tratta di diritti fondamentali) ma bisogna rispettare le differenze, le disparità di condizioni delle persone, alle quali si devono offrire pari opportunità per rispondere alle particolari necessità di ciascuno in quel preciso momento, in quella situazione specifica.
- Abbiamo riconosciuto i bisogni delle persone; si parla di Livelli Essenziali di Assistenza che devono essere garantiti. Ma l’uomo non è fatto solo di bisogni e necessità: bisogna tenere conto anche dei desideri delle persone. Il campo del desiderio è quello che si apre davanti a noi quando guardiamo alla totalità della persona: ci rendiamo conto che la persona non è fatta solo di bisogni (e di bisogni entro i limiti della sua salute, della sua condizione economica e sociale). L’orizzonte dell’uomo va al di là di quanto riesca ad esprimere e di quanto lo possa accontentare: è oltre questa vita. Dobbiamo scoprire nuovi orizzonti del prendersi cura della persona. Ci dimentichiamo facilmente di prenderci cura di noi stessi. Dobbiamo ricordarci che, se siamo capaci di prenderci cura di noi, saremo più capaci di prenderci cura anche degli altri.
Il riconoscimento dei bisogni delle persone si scontra con la scarsità delle risorse; di conseguenza sembrerebbe una necessità il quantificare sia il bisogno sia la possibilità di soddisfazione dello stesso (prestazioni); tutto ciò si collega alle teorie, ai modelli e ai programmi della gestione manageriale della sanità e dell’assistenza. Ma, pur con le migliori intenzioni possibili, la ricerca dei Livelli Essenziali di Assistenza si traduce sostanzialmente nella ricerca di determinazioni socio-economiche. Quando si progettano piani socio–sanitari o socio-assistenziali il punto fondamentale da cui si parte è la verifica della disponibilità delle risorse (qual è il costo di un progetto).
Questo discorso lo troviamo nel Vangelo, al capitolo 10 di Luca, nel contesto della parabola del Buon Samaritano: pur avendo fatto i suoi conti con le risorse disponibili, una volta portato il malcapitato all’ospedale, il Samaritano dice a chi accoglie il ferito: “Ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno”. In questa espressione troviamo l’invito che i Padri della Chiesa hanno sempre fatto ai cristiani e a tutti gli uomini di dilatare gli spazi della carità. Sembra questo un discorso troppo semplicistico, poco realistico e persino evasivo, ma questo raccomandazione ci riporta all’idea di non illuderci che anche le migliori leggi e le migliori istituzioni socio-assistenziali siano perfette.
Non dobbiamo dimenticare un’altra espressione evangelica detta da Gesù: “I poveri li avete sempre con voi” (Gv 12,8); dopo che si è cercato di fare il possibile, il nostro meglio per venire incontro alle necessità degli ammalati, avremo sempre dei sofferenti a cui non siamo venuti incontro. Lasciamo più aperti gli occhi e il cuore per scoprire sempre nuove necessità e povertà.
Dobbiamo volgere il nostro sguardo sulla comunità: quello che possiamo e dobbiamo fare come membri che costituiscono la società civile e la comunità cristiana dentro la quale siamo inseriti. Le nostre comunità devono diventare veramente “comunità terapeutiche”, ciò che sono capaci in se stesse e a stesse di prendersi cura adeguata delle persone. In questo contesto non dovremmo sentire come desolante un’affermazione che invece spesso ricorre quando ci si trova di fronte a forme di malattie inguaribili, di degrado irrimediabili “Non c’è più niente da fare, lo porti a casa”. Questa espressione non sempre è una mancanza di umanità, ma può essere il riconoscimento del senso del limite di alcune forme di assistenza e di certe Istituzioni che hanno esaurito i propri compiti e non demandano, ma riconoscono che ci sono altri luoghi e possibilità di cura e presa in carico delle persone: quelle dell’umanità (e non soltanto quelle tecniche e scientifiche).
Allora dobbiamo interrogarci come volontari: che rapporti umani riusciamo a dare a chi è nel bisogno? Che cosa vuol dire per noi essere vicini alla persona? La vicinanza non deve limitarsi alla presenza dell’Ente erogatore di ciò che è essenziale per l’assistenza socio-sanitaria, ma deve assumere le caratteristiche della presenza umana, calda, diretta, immediata della persona alla persona, delle persone alle persone.
Come Avulss dobbiamo ribadire il nostro diritto-dovere costitutivo di partecipazione alla programmazione dell’assistenza socio-sanitaria (concertazione). Questo tipo di partecipazione non va solo nella direzione delle Istituzioni e degli Enti: pensiamo anche al contributo di diverse professioni e competenze all’interno dei nostri nuclei, che non sono valorizzate come dovrebbero essere, pensiamo che tipo di solidarietà e d’integrazione c’è all’interno delle nostri gruppi di volontariato e degli organismi caritativi delle nostre Diocesi e Parrocchie.
Ci sono naturalmente delle preoccupazioni di subire un processo di istituzionalizzazione e sfruttamento del volontariato architettato dalla Pubblica Amministrazione per contenere le spese e sanare i bilanci. Pur ponendo la necessaria attenzione a questo pericolo, non dobbiamo mai dimenticare che il nostro primario compito è quello di cogliere e valorizzare ciò che di positivo c’è nelle istituzioni per la persona in stato di bisogno Tutto ciò può diventare anche un’opportunità per valorizzare o almeno utilizzare al meglio il nostro servizio.
Per la paura di essere omologati e istituzionalizzati, non dobbiamo perdere le occasioni che ci vengono date: è finito il tempo della supplenza.
Ma quali sono le nostre resistenze alle difficoltà e alle fatiche di diventare competenti e informati? Bisogna dedicare tempo, lavoro, pazienza al volontariato partecipativo. Ma non dovrà mai venir meno il dovere della presenza e della vigilanza critica nella programmazione e nell’attuazione dei piani di assistenza socio-sanitaria. Quello che soprattutto compete è il dovere di una educazione continua che ci aiuti a ribadire che in questo campo l’aspetto finanziario, pur importante, non è tutto: sanità e assistenza, non è solo una questione di soldi, è principalmente una questione di persone. Dobbiamo poi ricordare che ci sono persone che, pur avendo pochi soldi, riescono a vivere dignitosamente. Se siamo capaci di spendere bene e di impiegare meglio le risorse anche la questione della scarsità dei mezzi si ridimensiona.
La nostra educazione va nella direzione della persona da servire e della nostra stessa persona che è chiamata a diventare sempre di più competente in umanità e capace di riconoscere e valorizzare il senso umano e cristiano della sofferenza, della malattia e della morte. In questa direzione la nostra crescita si realizza soprattutto nella nostra capacità di ascolto (parlare nel silenzio) e di amare senza porre misure (la carità non ha limiti).
Non aspettiamo che altri si impegnino prima di noi: ognuno di noi si muova per primo, glii altri ci verranno dietro. Come ha scritto Don Primo Mazzolari: “Mi impegno io e non altri“: