ritorno elenco 2003

RELAZIONI DEI CONVEGNI INTERREGIONALI 2003

TEMA DEI CONVEGNI:

il cammino del volontario Avulss:

bioetica - il volontariato tra interrogativi urgenti e risposte discordanti

 

Lignano Sabbiadoro * 13 - 14 settembre 2003

 

la tutela della vita nascente

Dott. Don Dino Bressan

 

 

La situazione del problema

 

la relazione è priva di una parte identificabile con "xxx ... xxx"

 

Il grosso problema della vita è che oggi nessuno che si occupi di questioni legate alla vita, sa dare una definizione che non sia ambigua. Sorprende ancor di più l'equivocità se si considera l'interesse pressoché nullo di una riflessione sulla vita in rapporto all'uomo. Si parla di vita "in generale". Non basta pertanto accontentarsi di generiche prese di posizione etiche che definiscono la sacralità della vita o la qualità della vita. Bisogna interogarsi più a fondo su cosa sia la vita, tanto da meritare la nostra attenzione, tutela, rispetto.

Di per sé, di cos'altro dovrebbe occuparsi la bioetica, se non della vita? Perché allora riflettere, e quindi interrogarci sull'eticità della vita, se la riflessione sulla vita si allontana da essa, limitandosi alla sola questione "biologica" della vita. Senza i "perché", senza il senso da dare alla vita, la vita è lontana dall'etica, e quindi dalla bioetica. La bioetica riduce la sua riflessione ad una questione "biologica"; è un fenomeno biologico su cui si esercita il potere dell'uomo. Non si esamina e non si riflette pertanto sull'esperienza del vivere, bensì sul vetrino del laboratorio, cosificandolo, come se la vita esaminata, fosse altro dalla vita dell'uomo concreto. La bioetica lascia così gli altri interrogativi morali all'etica, non vuole occuparsi di troppi problemi, che interrogano la coscienza. Qua è il senso della vita? Perché viverla? C'è un bene per cui valga la pena di vivere la vita? Ed è qui che trova senso la riflessione sulla pratica medica e su ogni tipo di intervento nei confronti della vita (anche il volontariato), in particolare nell'esperienza della sofferenza e della morte, che paiono esperienze di sconfitta della vita.

 

Il problema dell'assenza di interrogativi sull'uomo

Oggi si è perduto l'interrogativo "chi è l'uomo"? G. Thibon nella sua opera "Scientismo e fiducia" si chiedeva: Come potrebbe il tecnico della medicina sapere che cosa ha il malato, dal momento che non sa che cosa egli è?" Qui ci scontriamo contro uno dei più grossi scogli della nostra epoca: il rischio di trasformare l'uomo in oggetto di ricerca e di cura, da sezionare, se non "viv-sezionare", da curare specialisticamente e tecnicamente "a strati", senza porsi mai l'interrogativo "chi ho davanti a me"? "Che cos'è l'uomo perché io debba occuparmene?" "Perché spendere la mia vita, intelligenza, tempo, denaro". Nel VIII - VII secolo a.C. rivolgendosi a Dio "cos'è l'uomo perché te ne curi ed il suo bimbo perché te ne dia pensiero?" (Sl 8). L'uomo è oggi un illustre scontato. Ma, mentre ci si cura dell'uomo, per assurdo si ignora l'uomo.

Per una seria riflessione bioetica ce rifletta sull'eticità delle azioni è dunque necessario prima porci l'interrogativo "cos'è l'uomo" o meglio "chi è l'uomo", poiché egli no è una "cosa".

La visione dualistica pone (in particolare quella di derivazione filosofica, classica e quella illuministica) alcuni grossi rischi derivanti

  1. Sezionare l'uomo, con il rischio concreto di curare un aspetto della sua malattia trascurando la totalità del suo corpo e del suo io.

  2. Isolare l'uomo da sé, dal suo corpo, dalla sua comunità familiare o sociale, dalla sua religiosità, dalla sua storia, dalle sue relazioni, con il rischio di annientare l'identità dell'uomo.

  3. Fare dell'operatore sanitario, uomo-donna accanto ad altri (colleghi) uomini-donne un prestatore d'opera dimenticando che egli stesso è persona. Se egli è persona, non è chiamato a costruire solo "rapporti di lavoro" ma a "rapporti umani".

  4. Ridurre l'uomo a solo, muscoli, fasci nervosi, cellule, senza preoccuparsi di conoscere il senso e il "fine" dell'uomo, il "cos'è" e i "perché" dell'uomo1.

 

La Parola di Dio

La riflessione teologica emergente dallo sfondo di Gen 2 e 3 è il rapporto tra creazione e salvezza (redenzione); così pure il rapporto esistente tra creatura e Creatore. In realtà, la creazione non è altro che l'inizio della storia salvifica, il suo evento iniziale, il primo degli atti di salvezza operati da Dio (cfr Salmo 74, 12-17). Il legame tra creazione e storia mostra come la bontà dell'atto della creazione non sia "naturale", nel senso di "automatica" o spontaneo, ma bensì come qualcosa che da sempre è affidata all'uomo e alla sua responsabilità morale. Ciò richiede l'impegno della libertà dell'uomo affinché obbedisca a questo disegno di Dio sulla vita: se l'uomo non gli obbedisce, il mondo ricade nel caos da cui era emerso. Gen 2-3 non è il capitolo preistorico della storia della salvezza, separata dal resto della storia umana, ma semplicemente l'inizio di una promessa (pro-vangelo), perchè preistoria e storia sono capitoli diversi dell'unico libro scritto da Dio.

Gen 2-11, infatti universalizza la descrizione eziologica della condizione umana, ma è in Cristo che essa trova compimento. Il materiale biblico, o meglio - la Parola di Dio - va utilizzata come testo narrativo per presentare l'uomo (adam) come "culmine delle opere di Dio". (Certo l'autore Jahvista (fonte J) che descrive la creazione si serve di materiale precedente di origine mitologico e culturale, ma è coerente con l'autore sacerdotale (fonte P)). Fil 2, 6-11 rilegge infatti tutta la storia in riferimento a Cristo: Adamo spinto dalla pretesa di "essere come Dio" volle impadronirsi dell'uguaglianza con lui; Gesù invece non considerò l'uguaglianza con Dio un tesoro geloso (una preda), ma si fede obbediente fino al dono di sé nella morte in croce. La Pasqua - cioè il momento in cui si realizza questo dono di sé - è il principio che lega tutta la trama umana, e che da sempre è scritta nell'opera creatrice di Dio.

Così la creazione si presenta come atto di amore e di grazia per l'uomo. Addirittura Dio appare come Colui che ama-Sé nell'altro. Tra Dio e l'uomo si realizza così uno "scambio di bontà", nel senso che da parte dell'uomo questa bontà si traduce in "responsabilità" (Sl 94, 7-9). Gen 1, 28 descrive le parole detta da Dio alla coppia umana; esse sono un comandamento, che stabilisce relazioni intime tra uomo e donna e, tra questi, con il mondo. Proprio perchè è "immagine di Dio", l'uomo diviene capace di comunicazione con l'altro, compresa la comunicazione per eccellenza, quella sessuale.

 

La Creazione:

Esplorando il testo della creazione, scopriamo in sintesi alcune conclusioni:

  1. Al negativo: che la creatura non è il Creatore. Essa esiste, è distante e distante da Dio. Ha come propria origine e fondamento il rimando a Dio. La creazione è dunque posta sotto il segno della separazione: l'uomo non è Dio, l'uomo non è il mondo. Ma è una differenza e separazione che presuppongono una relazione. L'uomo, il mondo, non esistono "in sé", ma "per gli altri". Questa distinzione, separazione richiama il rapporto tra legge e limite, tra limite e finitudine umana, che sono fondati sul dato creazionale: il limite sta all'origine, il limite non è contro la vita. Quindi il limite fa parte della stessa natura costitutiva dell'uomo: ma proprio questa distanza tra Dio e l'uomo, se separata, dall'altra costituisce prossimità, attraverso la parola che Dio rivolge all'uomo. La stessa separazione, l'uomo la sperimenta nei confronti della donna, poichè essa è altro di lui, ma proprio questa separazione è per lui fonte di gioia nel tentativo di prossimità.

  2. Ma la riflessione sulla creazione non si esaurisce solo sul tema della separazione, ma si articola pure sul tema "creazione intesa come fondazione". La creazione come fondazione della storia umana va intesa come "potenza" dell'inizio e come inizio di qualcosa che continua. I racconti di Gen 2-11, a cominciare da Gen 1-3 (creazione del mondo, dell'umanità, creazione/decreazione del male) delineanoil quadro sintetico dell'umanità: sono il sorgere di qualcosa che prima non c'era. Questi racconti della nascita di Israele, la vocazione dei profeti, i racconti di "annunciazione". Tutti si collegano simbolicamente alla prima creazione, sono l'inizio di una nuova storia, fondata sulla fedeltà di Dio e sul riconoscimento di quest'azione divina da parte dell'uomo o del popolo

 

L'esistenza dell'uomo è esistenza minacciata

L'uomo in Gen 2,25 appare nudo ('aurum), così come con un gioco di parole, anche il serpente è "astuto" ('arom). La nudità degli umani, oltre che debolezza appare anche come disponibilità e verginità, ma prima della caduta, tutto questo in un contesto di confidenza. Ora l'uomo la scopre come "miseria" umana, che essi stessi hanno provocato. In questo senso, Adamo interpreta la realtà, dando un senso alla nudità. Si aprono gli occhi su ciò che sono, ma in realtà, gli umani sono incapaci di discernere, sono divenuti miopi, tentano di nascondersi per non essere visti dall'altro (Gen 3,8); fuggono agli occhi di Dio, che tutto scruta e conosce. Senza la fede, la vita dell'uomo perde la sua originalità qualità di dono e diventa solo una realtà disperata, segnata dallo sforzo di conquista. Mentre, affidandosi a Dio, l'uomo scopre che la vita è dono, ma quando egli perde la saggezza ricevuta, perde anche il senso della vita2.

 

Una possibile riflessione cristiana

 

L'antropologia cristiana

Il cristianesimo riprende la visione biblica, Quattro sono i principi cristiani che sostengono l'antropologia:

  1. L'uomo è creato come cosa buona (si veda nel Libro della Genesi il concetto di creazione: "a sua immagine ... maschio e femmina". L'uomo è "gloria di Dio" (cfr. Ireneo di Lione).

  2. L'uomo è creatura creata come "buona", tanto che Dio si è fatto uomo (incarnazione).

  3. "Buono" è il corpo dell'uomo tanto che Cristo come redentore3 ha dato la sua vita per la salvezza di tutto l'uomo, e non solo di alcune sue parti (anima, spirito, vita morale, intelligenza, passato o futuro).

  4. "Buono" è il corpo dell'uomo tanto che nella risurrezione, l'uomo risorgerà con tutto il suo corpo, e non solo con l'anima.

Su questi quattro principi si è costituita l'antropologia cristiana. Questa "antropologia" ha segnato la storia, la cultura occidentale del rispetto per l'uomo, la cura del suo corpo e della sua identità, riuscendo ad influenzare benevolmente questi duemila anni di storia e cultura della dignità della vita, del rispetto e amore dell'uomo, della assistenza e cura degli ammalati (ospedali, case di cura, orfanotrofi, ...).

 

Dare un significato alla vita dell'uomo

Dare un significato all'uomo vuol dire cercare la verità della persona umana: non solo aumentando la diagnostica, ma guardando alla complessità della persona. Detto altrimenti, se si vuole conoscere il significato dell'uomo, il valore della sua vita e del suo corpo è necessario conoscere il "mistero" della persona. Per capire il corpo umano bisogna dargli un "senso", non basta che io conosca la verità "scientifica" dell'uomo.

  1. La persona si configura come un essere con gli altri e per gli altri. L'uomo è stato creato non per essere ed esistere nella solitudine, bensì come essere aperto agli altri; è essere aperto al dono di sè per gli altri. Quindi l'uomo è definito come un essere in "relazione" (o per usare un vocabolario cristiano, in "comunione/solidarietà"), un essere che si dona. Dunque non è solo "essere razionale" (pensante), ma in relazione. Tanto che l'uomo perde la sua identità se perde la sua relazione (con l'altro, con l'Altro, con altri): non sa più chi è (si veda l'esempio dell'adolescente, del malato davanti alla sofferenza).

  2. La dichiarazione di valore dell'uomo e della sua vita, avviene nel corpo e attraverso il suo corpo. E' il corpo dell'uomo il "testimone", la "memoria", il "segno", il "luogo" che rivela la sua persona ed il valore che ha la vita umana.

  3. L'uomo ha un unico corpo, "caratterizzato" nel suo essere maschio e femmina, dunque non è un essere "indistinto".

  4. La relazione avviene perché l'uomo sente il bisogno di amare. Nel corpo è racchiusa la dimensione sponsale: ci si dona perché ci si "lega" ad una persona; questo "legame" mi porta ad amarla come feglio, genitore, sposo, oppure nel servizio professionale o nella consacrazione a Dio. La dimensione sponsale è il criterio pasquale che spinge la persona al dono, pur nella diversità dei modi di relazione.

  5. E' il corpo il luogo dove si dà e si riceve amore. Il corpo si apre ad infiniti gesti, infinite motivazioni al dono, infinite motivazioni di rinuncia. E' questa (infinita) apertura che ci permette di cogliere nell'uomo questa dimensione religiosa del corpo, in quanto naturalmente "aperto all'infinito". Prima di appartenere ad una religione, l'uomo è aperto al religioso perché è aperto ad infinità di motivazioni, è aperto all'infinito che è in se stesso, attraverso il senso che egli cerca e trova.

  6. E' il corpo il luogo dove avvengono le decisioni etico-morali. Il corpo non è solo una cosa, un dato, un essere, ma ha anche un "compito" che nasce dalle considerazioni che lo animano (storia, fede religiosa, ideali politici, valori, bisogni, ...). Da qui la scoperta delladignità della persona che consiste nel "manifestare se stessi nella nudità del proprio corpo". Non ho bisogno di sovrastrutture (abiti, titoli, ...) per dichiarare la mia dignità di uomo o la sacralità del corpo.

  7. Anche nella malattia, la visione cristiana ricupera il soggetto: "non esistono le malattie in quanto tali, ma esistono solo persone malate". Quindi non si può studiare la biologia umana come si studia la biologia animale. La vita dell'uomo non può essere considerata alla stregua di qualsiasi altro organismo. Dunque la malattia non è solo un problema biochimico. Ma un problema che tocca l'essere umano nella sua totalità. La malattia"non è dunque l'avaria di una macchina" (cfr. Viktor Von Weizsachker), la malattia è l'uomo stesso che soffre.

 

La tutela della vita

 

1 - Uno sguardo alla storia

Tutta la storia umana, è percorsa dal sangue: Omicidi individuali e guerre tra popoli hanno sempre accompagnato la vicenda umana, ma sono stati sempre percepiti come episodi negativi, intermezzi di terribile violenza in attesa della pace e nessuno ha mai posto a fondamento dell'omicidio e delle guerre la negazione intellettuale della qualità di essere umano dell'avversario. Nel XX secolo le guerre sono divenute diverse perché la scienza e la tecnica hanno costruito nuovi terribili strumenti di distruzione e di morte, non certo perché la ragione umana abbia scoperto che il proprio nemico era un agglomerato biologico e non un complesso di esseri umani.

 

xxx ... xxx

 

Il primo germe appare nel Regno Unito nel 1967, attraversa l'Atlantico verso gli Stati Uniti (1973), ritorna in Europa negli anni 70, 80, e 90. Nella visione materialistica non esistono criteri sufficientemente chiari per distinguere l'uomo dalle : la differenza è questione di quantità non di qualità. Il valore dell'individuo umano è disperso in soggetti collettivi come la classe, la razza, la specie, lo stato, oppure, come avviene nel materialismo pratico, è imprigionato nella solitudine dell'"io". Io sono attorniato solo dalle cose (la materia), gli "altri" valgono soltanto nella misura in cui sono strumenti utili.

In questo panorama diviene difficile distinguere l'uomo nella fase iniziale della sua esistenza da un insignificante oggetto materiale. Eppure, proprio nel XX secolo la visibilità dell'embrione è aumentata. La ragione organizzata fino a diventare scienza, ha preparato gli strumenti (ecografo, fibre ottiche) che hanno reso visibile il figlio anche all'occhio, nella struttura intima della materia vivente. Ciò che prima era oggetto di intuizione o delle più singolari fantasticherie è divenuto realtà conoscibile e conosciuta.

Questa realtà non è indifferente rispetto alla risposta che il XX secolo ha tentato di dare a due drammatiche domande, che percorrono tutta la storia umana. Le due domande sono:

  1. che cosa distingue la legge dal comando dei più forti?

  2. che cosa distingue lo stato da una associazione per delinquere ben organizzata?

La risposta del XX secolo, maturata dopo molto sangue versato è stata: dignità umana ed eguaglianza. La formula della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, trasferite poi negli altri atti e patti internazionali, e richiamata in tutte le costituzioni della seconda metà del secolo è: "il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo consiste nel riconoscimento della dignità di ogni appartenente alla famiglia umana e dei suoi uguali ed inalienabili diritti".

Come superare la evidente contraddizione tra le conquiste della ragione e il culto dei diritti umani da un lato, e dall'altro l'affermarsi di ogni mancanza di rispetto della vita, dall'aborto all'eutanasia?

Certo dalla banalizzazione della sessualità si è giunti al problema dell'aborto. Il paradosso è stato risolto con il metodo di distogliere lo sguardo evitando di dare una risposta al quesito: "è uomo o cosa?" Non è necessario soffermarsi su questo tema, si è detto, perché, quale che sia la risposta, l'aborto doveva essere legalizzato per contrastare l'aborto clandestino. Questa "diversione" dello sguardo ha avuto bisogno anche di altre metodologie come il cambiamento delle parole (non più aborto ma I.v.g., non più madre ma donna); come la riduzione della questione a problema religioso o di coscienza; come l'inganno legislativo (che fa esordire la legge italiana e quella francese con la promessa di tutela della vita umana fin dal suo inizio) come la censura, talvolta violenta, contro ogni tentativo di "convincere lo sguardo verso il figlio".

 

2 - La deriva contemporanea

Ma nell'ultimo scorcio del secolo, il figlio dell'uomo e della donna è stato sottratto alla protezione e al segreto del seno materno ed è stato affidato alla provetta nelle mani dei medici. Il rischio di morte per l'embrione è divenuto ancora più grande. Eppure dapprima poteva sembrare che la procreazione artificiale aumentasse le speranze di vita. Ma la selezione pre - impianto, il congelamento, la c.d. riduzione fetale, la stessa scarsa efficacia della Fivet in ordine allo scopo di far partorire una donna, lasciano una drammatica traccia di morte.

D'altra parte, tutti gli argomenti usati in precedenza per evitare lo sguardo e la risposta all'interrogativo "uomo o cosa?" non sono più utilizzabili di fronte all'embrione in provetta. L'alternativa "uomo - cosa" è insuperabile quanto si tratta di decidere che cosa fare degli embrioni residui o sopranumerati, avanzati e congelati. La loro equiparazione alle cose diviene un dato formale quando le leggi stabiliscono una scadenza, come gli alimenti e i farmaci. Ciò che nell'aborto era tollerato ora diviene obbligo.

Se nel caso dell'aborto la spinta pratica era dettata dalla banalizzazione della sessualità, cosicché molti potevano dirsi contrari all'aborto, anche se favorevoli alla sua legalizzazione, nel caso della procreazione artificiale la spinta è più nobile: il desiderio di avere un figlio. Sebbene è duro affermare che il concepimento è una "cosa", ci si concentra sul neonato per sostenere che le nuove tecniche operano sotto il segno della vita e non della morte.

La sfida ora è divenuta più grande con la scoperta della possibile utilizzazione di cellule staminali per fini terapeutici. La spinta a ridurre l'uomo più giovane a una cosa, raggiungere il livello ultimo, perché invoca lo stesso diritto alla vita dei già nati e la libertà della scienza. La morte in gran numero e programmata si trasforma in vita o almeno in speranza di vita per molti. Non si tratta più, come nell'aborto, di tollerare la morte dell'embrione di fronte alle angosce di una donna, ricorrendo alla categoria giuridica dello "stato di necessità". Qui si tratta di decidere se salvare o no la vita malata di un adulto. La sfida è grande: l'uomo nell'età giovane, piccola e povera della sua esistenza può essere salvato solo se viene introdotto a pieno titolo come soggetto e cioè come "un uguale" nel mondo giuridico. Al contrario, nonostante la positività del fine perseguito, la sua distruzione è accettabile perché egli viene dichiarato formalmente una cosa.

Se l'embrione umano è "una cosa", allora è addirittura doveroso utilizzarlo in nome del diritto alla vita e alla salute. Viceversa se egli è uno di noi allora non sarebbe conforme a giustizia provocarne la morte quando anche non ci fosse altro modo di procurare cellule staminali per uso terapeutico. In sede culturale e giuridica, si sono tentate altre vie di fuga per non essere posti irrevocabilmente di fronte alla domanda "uomo o cosa?"4. Si concede una qualche tutela all'embrione, ma non necessariamente quella che spetta ai soggetti.

Sembra che questa direzione di fuga sia quella tentata anche dalla convenzione europea di bioetica firmata ad Orvieto nel 1977. In essa, dopo affermazioni condivisibili (art. 1: "Le parti di cui alla presente convenzione proteggono l'essere umano nella sua identità e dignità", art. 2 "L'interesse e il bene dell'essere umano debbono prevalere sul solo interesse della società e della scienza") l'art, 18 afferma che "quando la ricerca sugli embrioni è ammessa dalla legge, questa assicura una protezione adeguata all'embrione". Che significa adeguata? Adeguata a che cosa? Alla qualità di soggetto o di oggetto? E' una protezione del tutto illogica e insufficiente.

Il secondo tentativo di fuga cerca di ridurre la risposta "è una cosa" limitandola ai primi giorni di vita, cioè fino al quattordicesimo giorno, circa, della sua vita. Ecco spuntare la teoria del pre - embrione e, quella nuovissima che vuol cambiare il significato già consolidato delle parole: embrione sarebbe non più il nome del figlio fino al terzo mese, ma quello del "prodotto del concepimento" fino al quattordicesimo giorno; feto si chiamerebbe il materiale che si sviluppa nel seno materno dopo questo limite. Ottenuta la distinzione arbitraria tra prima e dopo il quattordicesimo giorno, la falsificazione delle parole può agevolmente estendersi ad altri campi.

 

3 - Una dignità giuridica

La nuova emergenza è l'eutanasia. In Olanda vi è già una legge legalizzatrice e in Belgio è prossima l'approvazione. In tutto il mondo si sta dispiegando l'offensiva a suo favore. Ma l'uccisione del morente e del malato inguaribile è già tutta compresa nella logica delle aggressioni contro la vita nascente. Il bambino non ancora nato non può chiedere di essere ucciso, mentre un falso concetto di libertà può immaginare una libera richiesta di morte da parte dell'adulto sofferente. Il vecchio prossimo alla fine ha già compiuto il suo viaggio ed esaurito tutte le sue potenzialità, mentre il concepito ha le valigie piene di speranze per sé e per il mondo. Se accettiamo che una madre possa sopprimere il figlio appena concepito perché non dovremmo accettare il suicidio assistito dell'adulto? Tuttavia vi è qualcosa da aggiungere: L'eutanasia mette particolarmente alla prova "il mistero laico" della dignità umana.

alle origini della vita viene in primaria evidenza il tema dell'eguaglianza tra soggetti, alla fine della vita in primo piano sta il concetto di "dignità". La laica dichiarazione dei diritti dell'uomo pone la dignità umana a fondamento e scopo della convivenza civile. La stessa dignità è affermata in eguale misura nel presidente della Repubblica e nell'ultimo disperato ubriacone o malato di mente. In questo consiste il "mistero": non esiste nessuno che sia in grado di dimostrare sperimentalmente questa identica insopprimibile dignità nel delinquente condannato a morte o nel relitto umano, che passa la notte tra le scatole di cartone di una stazione ferroviaria. La dignità umana non può essere una qualità dell'esistenza umana, che si aggiunge all'esistenza: è qualcosa che esprime l'essenza dell'esistenza stessa dell'uomo in quanto uomo.

Chi propugna l'eutanasia è battuto se affida il suo argomento alla libertà. Una certa logica dovrebbe garantire ed assistere anche la decisione di morte di un giovane sano e magari bello, intelligente e ricco. E il gesto di chi salva l'aspirante suicida dovrebbe essere considerato non un atto di eroismo, ma un delitto di violenza privata o sequestro di persona. Il vero confronto avviene invece sul terreno della dignità della vita. Infatti, chi vule legalizzare l'eutanasia considera chi è alla fine della vita "privo di dignità" e vuole per lui una nuova morte "con dignità".

Così la dignità non indica più l'essenza della vita umana, ma diventa una qualità dell'esistenza che può esserci o non esserci. Ma, in tal modo viene messa in pericolo la vita di tutte le persone che non contano: i malati che non possono guarire, anche se la loro prospettiva di vita è lunga; gli handicappati, sopratutto quelli mentali, i bambini senza una ragionevole speranza di una vita ricca e piena. Se la dignità non indica l'essenza della vita, tutti possiamo, o prima o poi, trovarci in una condizione di un'apparente inutilità, insignificanza, vuoto. Perciò, anche sul versante della vita terminale i diritti umani rischiano di essere vanificati.

Ma su questa frontiera la scienza non ha argomenti convincenti, se non si libera dalla prigione materialistica, di ciò che è toccabile e sperimentale, se non include l'uomo nel regno del mistero che trascende la materia. In fondo è esattamente ciò che propone l'idea dei diritti umani.

 

4 - Un futuro già presente

Alcune linee strategiche di una possibile battaglia per la tutela della vita.

  1. Bisogna concentrare il massimo degli sforzi su un punto unico. Questo obiettivo è il riconoscimento giuridico che tutti gli esseri umani sono soggetti fin dal concepimento perché tutti dotati di una uguale dignità umana. Non bisogna avere alcun timore a parlare del bambino non ancora nato come persona. Dal punto vista giuridico chi è titolare o può essere titolare anche di un solo diritto è persona. E' obiettivo difficile, ma indispensabile. E' comunque un obiettivo che si collega alla cultura odierna dei diritti dell'uomo e dell'uguaglianza. Che lo stato riconosca l'uguale valore del concepito è tanto più necessario quanto più le aggressioni alla vita nascente (o morente) divengono incontrollabili al di fuori della coscienza individuale.

  2. Dobbiamo avere un senso molto alto del nostro impegno. Esso può essere paragonato a quello dei grandi movimenti di promozione dell'uguaglianza: il movimento antischiavista, quello dell'uguaglianza dei neri, quello contro la discriminazione razziale.

  3. Dobbiamo essere consapevoli che, nonostante le contrarie apparenze, la difesa della vita umana unifica la società, non la divide. Quale altro valore può esserci più comune? Dopo il muro di Berlino, che voleva separare fisicamente il mondo materialista da quello che purtroppo solo a parole credeva nel mistero dell'uomo, c'è da abbattere un secondo muro di divisione, invisibile, ma non meno consistente, quello dell'incomprensione riguardo la vita umana. Abbatterlo non significa chiudersi in un ghetto, ma estendere ponti di comunicazione tra tutti, credenti, e non credenti, al di là di ogni appartenenza sociale e politica.

  4. L'impegno per il diritto alla vita muove nella direzione dell'intera storia umana, che, nonostante fallimenti e ritorni indietro, è orientato verso un sempre più generale e profondo riconoscimento della dignità umana. Perciò la vittoria della vita è sicura anche se forse non la vedremo. Ma non dobbiamo sentirci come gli ultimi difensori di un passato che non ritorna, quanto piuttosto gli esploratori che vanno in avanti e preparano un futuro migliore.

  5. Soffermarci sulla vita nascente, significa però avere pure la percezione della globalità dell'impegno per la vita. Difendendo il bambino non ancora nato noi poniamo la prima pietra di una società complessivamente da rinnovare, così come interamente nuova, in tutti i suoi aspettiera la società sognata dai movimenti antischiavisti e antirazzisti.

  6. Se il concepito è uno di noi egli è anche il più bambino e il più povero. Perciò non sono credibili le parole pronunciate a sua difesa se esse non sono accompagnate da azioni concrete di solidarietà. Questo significa che dobbiamo anche cambiare la nostra vita. Non si tratta di difendere il figlio contro la madre, ma, anzi, il figlio insieme alla madre. Quest'idea apre tutto l'orizzonte del servizio alla famiglia. Non si può efficacemente difendere la vita se non si difende e promuove anche la famiglia.

  7. Oltre che operare sul piano assistenziale, educativo, culturale è indispensabile agire anche sul piano politico. Della politica occorre conoscere i rischi. Ma non è possibile difendere la vita, che è il valore fondativo della convivenza civile, non è possibile immaginare di avere buone leggi, se no si arriva alla politica. Ciò significa che il diritto alla tutela della vita deve divenire il criterio decisivo al momento del voto popolare, deve entrare nei programmi dei partiti politici, deve condizionare alleanze e programmi di governo, deve determinare strategie politiche comuni quanti tra lo riconoscono, deve essere più importante della stessa appartenenza politica.

  8. La nostra epoca è caratterizzata dalle straordinarie conquiste della scienza. Noi dobbiamo difendere la vita proprio in nome della scienza. Ma sappiamo che la storia umana è caratterizzata dall'ambivalenza fra bene e male e che dunque occorre una bussola per la scienza. Non solo per la tecnica. Non solo per l'uso delle nuove acquisizioni del sapere, ma anche nella stessa scelta della strada per raggiungere le nuove conoscenze, e scoprire il collegamento tra vita umana e scienza come due facce della stessa medaglia.

  9. Quanti di noi sono credenti sanno che l'impegno per la tutela della dignità umana è la conclusione tratta dalla tragica esperienza delle conseguenze derivate dalla dimenticanza di tale dignità, come afferma la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Tale impegno ha bisogno di un supplemento di forza per divenire forza tenace e persuasiva; non bastano amare conclusioni e postulati intuiti, occorre la dimostrazione dell'uguale dignità. Per ottenere la prova razionale e piena della dignità e dell'eguaglianza bisogna uscire fuori dal materialismo di ogni specie. Madre Teresa di Calcutta, la beata dei più poveri tra i più poveri, proprio fissando lo sguardo sull'inizio della vita umana, ci ha ripetuto spesso in cosa consiste la dignità umana e perché l'uomo deve essere sempre chiamato "persona". "Quel piccolo bambino non ancora nato è stato creato per una grande cosa: amare ed essere amato". Ma quanti di noi sono credenti, dal collegamento tra Dio e uomo, tra creazione e vita umana, tra esistenza ed amore sanno trarre conseguenze non solo sul piano della vita sociale, delle strategie operative, dell'impegno politico, ma anche sul piano della vita interiore personale, perché sta scritto "Qualunque cosa avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, lo avete fatto a me" (Mt 25).

 

 

 

 


1) Non vorrei succedesse all'uomo per l'uomo, ciò che accadde all'uomo (nello spazio) per Dio, quando il cosmonauta russo Gagarin con una battuta di spirito tranquillizzò i suoi connazionali "Non ho visto Dio fra le nuvole". Ora che finalmente, l'uomo con la moderna diagnostica di ricerca (TAC, Risonanza magnetica, ecografia, ...) conosce l'uomo fin nelle sue fibre più nascoste, non vorrei concludesse frettolosamente, di non aver incontrato l'uomo nella sua dimensione più profonda, il suo spirito, i suoi desideri, la sua fede, le sue aspirazioni, i suoi interrogativi, il senso del suo esistere, l'implicazione della sua libertà, solo perché non può documentare sperimentalmente queste dimensioni dell'uomo con la tecnica.

2) Interessante a tal proposito è l'episodio della tentazione: il serpente mette in discussione il senso della proibizione (legge) che in realtà è rimessa in discussione della fede. Tra l'uomo e Dio si è aperta l'era del sospetto, e si conclude l'era della confidenza con Dio.

3) Il "redentore" nel mondo semitico è una figura commerciale: è colui che compera gli schiavi (una specie di mediatore).

4) Una prima direzione è quella inaugurata dalla sentenza costituzionale spagnola del 11/5/85 che ha avuto rimbalzi in Portogallo (sentenza 25/4/98) e in Ungheria (sentenza 25/4/98) e in Ungheria (sentenza 23/11/98), ma che è stata presente nella giurisprudenza costituzionale italiana (sentenza n. del 18/9/1975): l'embrione umano - si dice - merita protezione, ma una protezione oggettiva, non soggettiva, perché egli dal punto di vista del diritto positivo non ha (ancora) personalità giuridica. Come si legge nella lucida sentenza del 17/12/91 della Corte costituzionale ungherese il concepito è un uomo, ma non ha ancora ottenuto dal legislatore il riconoscimento formale di uomo.