RELAZIONI DEI CONVEGNI INTERREGIONALI 2003
TEMA DEI CONVEGNI:
il cammino del volontario Avulss:
bioetica - il volontariato tra interrogativi urgenti e risposte discordanti
PIAZZA ARMERINA (ENNA) * 15 - 16 novembre 2003
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Benessere, eccessi e cattive pratiche di abusi voluttuari |
Dott. Vinicio Romano |
Benessere: genericamente il termine indica un obiettivo ubiquitario e perseguibile fin dall’inizio della storia dell’uomo, connesso con la sua essenza umana, il suo stesso essere appunto. In questa eccezione l’idea derl benessere richiama universalmente un senso positivo (chi rifiuterebbe di stare bene e nel bene!) e identifica quei beni essenziali e quelle risorse umane che vi contribuiscono: cibo, acqua, abitazione, affetti.
Ancora oggi è facile capire come questi elementi essenziali non soddisfano tutta la popolazione mondiale, anzi proprio le eclatanti differenze tra popoli sono state al centro di grandi movimenti politici, di opinione e di azioni anche governative, sulle quali l’opera del movimento del volontariato ha avuto ed ha una crescente rilevanza.
E’ pacifico quindi che il benessere, dovuto all’utilizzo di risorse naturali e umane è ripartito all’insegna delle grandi contraddizioni che, solo una rinnovata coscienza civile e globale nella sua mondialità, può immaginare di tentare di affievolire almeno, dato che il risanamento appare realisticamente lontano.
Se cerchiamo di specificare meglio in cosa consiste il benessere ci troviamo di fronte ad un complicato sistema di calcolo e di pensieri che seguono punti di osservazione e fattori culturali molto diversi fra loro e spesso in contrapposizione.
Solo per fare qualche esempio: benessere come welfare di un società può essere misurato secondo i termini percentuali sul PIL delle spese della sanità e delle pensioni oppure con parametri che si rifanno alla qualità della vita, ossia alla possibilità di vivere degnamente non solo il presente ma l’intreccio tra le generazioni, a cominciare dal rispetto per le età deboli dell’infanzia e dell’età anziana?
Si delinea dunque una centrale duplice comprensibilità del benessere: da un lato costruire interventi rivolti ai processi che portano e danno un senso al benessere, dall’altro operare una serie di interventi di tipo prestazionale, che rispondono alla soddisfazione di certi bisogni, contribuiscono al benessere ma, quanto meno, pongono ulteriori non semplici domande e riflessioni..
Ci sono tanti modi di guardare il benessere:
il benessere economico come un tenore di vita collegato con un certo reddito percepito, che soddisfi le esigenze poste dal vivere in una certa cultura e determinata da parametri molto diversi per nazione o per continente; è logico che un reddito medio europeo è invece un reddito altissimo in altri continenti e paesi;
il benessere inteso come tutela fondamentale dei diritti umani, da quello di nascita e di sviluppo umano a quello della cittadinanza e dell’uguaglianza.
Tuttavia, appare subito evidente che si tratta di obiettivi che richiedono fattori di intervento molto complessi e globali, che si scontrano con enormi difficoltà e problemi: un conto è perseguire il rispetto delle norme di sicurezza nell’ambiente di lavoro (la L. 626), altra cosa è costituire il benessere della popolazione come salute globale da parte della organizzazione mondiale della sanità, come più difficile è sconfiggere le guerre o la povertà, allorché si devono trovare confluenze politiche mondiali.
In sentesi il benessere come processo positivo, si accompagna a opportunità e sensibilità civili, il cui perseguimento richiede una continua attenzione ed anche una lotta costante.
Per usare una immagine metaforica, fra le tante possibili, vorrei citare quella “dell’isola non trovata”, intendendo alludere alla ricerca incessante di un luogo di arrivo dei nostri viaggi, che simbolicamente corona i nostri sogni, ma … aperti gli occhi ci mettiamo di nuovo in cammino o in mare per la vera isola, e così via nel tempo.
D’altronde per rimanere ancorati alla realtà, non sempre piacevole, di chi non ha quel minimo benessere, vorrei citare un sintetico ma efficace verso del poeta guatemalteco Augusto Monterosso: “Cuando desperto … el dinosaurio todavia estaba allì (Quando si risvegliò … tuttavia il dinosauro tuttavia era ancora lì)”.
Mi riferisco alla questione degli immigrati e più in generale, al problema della povertà nel mondo. Problema vero e dalle mille sfaccettature; infatti si è molto più cauti nel paragonare i dati sulla povertà dei paesi in via di sviluppo con quelli dei paesi ad alto tasso di industrializzazione, si distingue anche un indice di povertà di reddito da un indice di povertà umana e si sa che i due indici possono convergere o divergere.
Tuttavia per restare in Italia, nel 1996 si registravano circa sei milioni di poveri. E’ anche vero che queste cifre scaturivano dalla guerra dei numeri e delle statistiche che confondevano i dati: erano e sono povere le famiglie sotto un certo reddito minimo per vivere? O quelle che non potevano e non possono permettersi di avere un certo bene di consumo (il cellulare, il computer, l’antenna parabolica, ecc.) perché sul possesso di questi simboli si conta il benessere? Dove trovare i poveri veri, quelli cioè che faticano a sopravvivere, statistiche o no permettendo?
Sarà forse che la ricerca del benessere è giustificata dal fatto che conosciamo il malessere ed è noto che in certe storie comincia prima il male e poi il bene, mentre in altre è al contrario: al bene succede il male. In un periodo in cui i significati e i simboli rischiano di perdere quella funzione fondamentale alla mentalizzazione e al pensiero di ogni generazione questa constatazione apparentemente banale, assume invece dimensioni di notevole portata sia in termini di cultura, intesa come storia di vaste comunità, aperte ad influssi mass mediatici, che ne orientano i significati e la produzione, sia nei termini di ripercussione nella quotidianità. Ad esempio chi ha patito gli orrori della guerra e della carenza sistematica di cibo (male), ha una sua giustificazione nel perseguire il benessere, ossia per esempio avere una quantità di cibo non solo adeguata (bene), ma anche in eccesso, secondo le risorse economiche e secondo le spinte al consumo tipiche di società avanzate (basti pensare al famoso boom economico degli anni sessanta e settanta).
Lascia ampi margini di riflessioni sapere che uno dei meccanismi di ribellione adolescenziale delle figlie contro la famiglia, nelle società più o meno opulenta, è stata ed è ancora rappresentata da un’ampia parte delle anoressie giovanili. Come dire, per usare un evidente semplificazione, “ cari genitori non oso contestare voi, ma i simboli di un falso benessere che non condivido”.. oltre a questo esempio, al contrario una quota sempre crescente di popolazione ha usufruito eccessi di cibo, rendendo l’obesià, certe forme di diabete e di ipertensione problemi di emergenza per le politiche nazionali (in primis quella nordamericana) associate al messaggio (ovvio!?) di oculato utilizzo di risorse alimentari accanto ai consigli di evitarne le modalità errate di assunzione.
In tema di contraddizioni o di strategie di coltivazione dei desideri più o meno occulti, tutti sappiamo che, ci piaccia o no, siamo sensibili ai messaggi pubblicitari, che sapientemente (a volte, altre in modo ridicolo) sfruttano quella sottostante credenza di benessere, inteso come diritto a possedere qualcosa che non solo annulla il malessere, ma realizza i tuoi sogni di avere di più, di essere speciale, l’eletto e il privilegiato … Quali archetipi vengono scomodati per vendere prodotti più o meno inutili, quali miti del buon ritiro beato, dove puoi pure scegliere di essere solo nell’isola deserta e tutta tua dei sogni o, in alternativa in compagnia delle immancabili ragazze stereotopiche della pubblicità. Così si vedono giovani innamorati o giovani infermiere che per raccogliere i tappi della bibita dei sogni, lasciano sfuggire fidanzate dal balcone nella vana impresa di un tenero abbraccio o infermi polifratturati nella sedia a rotelle. Ancora una volta direi che “el dinosaurio todavia estaba allì”, ma con gli avvocati che ti denunciano per colpa o forse per stupidità. D’altra parte ci sarebbe poco da ridere se pensiamo che nella psicologia dei giocatori d’azzardo (non professionisti), nei dipenti da video – poker e gambling in genere, uno dei fattori che inchiodano il soggetto che perde notevoli somme di denaro (lo stipendio del mese o l’intero conto in banca familiare), è l’idea della vincita come possibilità di redimere il bilancio familiare e sanare tutti i problemi di mancato benessere che la famiglia patisce per colpa del basso reddito o di altri fattori.
L’idea che alla fine il bene trionferà sul male e lui, il giocatore vincerà per tutti, “perché gli spetta essere privilegiato dalla sorte” si sposa con la aspettativa precedente in un mix di sconfitte e caduta sociale.
Da un certo punto di vista (quello delle contraddizioni) è molto interessante notare che una parte dei proventi delle innumerevoli sale da gioco e di scommesse sparse sul territorio nazionale, serviranno all’apparato statale per finanziare opere di grande utilità. Sono in molti a disquisire sulla opportunità e sulla giusta causa di tale scelta, che sottende a logiche inesorabili dopo tutto: “io erogo un servizio, un bene di consumo che i cittadini in genere devono usare con parsimonia … se non lo fanno dipende da loro”: es. l’Italia è un grande produttore di vino e tale economia ha un florido mercato. Di chi è la colpa se una fascia di popolazione eccede? Vuol dire che dobbiamo evitare la produzione? Se così fosse allora si dovrebbe bloccare il mercato delle merendine, delle sigarette, del pane e della pasta, ecc.
Eppure così la grandiosa operazione dei mercati mondiali del consumo, volti alla creazione del profitto. L’idea di fondo che domina è “più si consuma, più l’economia gira … e se gira tutti stiamo meglio”.
Si deduce quindi che dati come preferenziali certi beni di consumo, intesi come status del benessere, “chi consuma meno, sta peggio o sta meno bene di chi consuma di più”.
Conclusione per certi versi pericolosa e ambigua che associata ad una cultura narcisista che, cioè si fregia di ostentare e di possedere sempre di più, collegando tale ricchezza all’autostima, è in grado di poter generare i fenomeni più o meno aberranti che tutti, nella credenza culturale corrente abbiamo ben presente.
Il fatto di stare meglio, nel benessere appunto ci obbliga a fare ulteriori considerazioni di ordine anche etico: a che prezzo si raggiunge tale obiettivo, in fondo non ben ponderate. A prescindere dalla domanda “se ne vale davvero la pena?” appare abbastanza certo che si devono pagare dei prezzi elevati: dalla trascuratezza degli affetti alla cultura della dominanza, dalla polverizzazione dei valori fino alla costruzione di quella che Hillman ha chiamato la “psicologia del business”, imperniata sulla ideologia del potere. Il potere porta con sé anche gli eccessi: la voglia di vincere e di primeggiare anche nello sport, per esempio, viene sostituita dalla necessità di vincere ad ogni costo; la necessità della carriera spazza via ogni cosa, compreso l’amor proprio. La necessità di essere forti spinge a gonfiare i muscoli di steroidi o di epo, coniugando i sacrifici di una vita con il peculiare successo personale di un attore, dimenticando le differenze di personalità e di opportunità che la vita ci riserva. Si sogna sempre più spesso per corto circuito: dato questo mio desiderio ecco che si realizza (e per fortuna di tutta l’umanità è anche possibile!) ma la nostra mente ha una competenza da campionessa mondiale di salto in alto, anche nelle previsioni: per esempio nei desideri pedofili, nelle attività estreme che, per una strana ironia della sorte sfidano il coraggio e contemporaneamente la stupidità di certo coraggio.
La nostra mente è anche capace di corto – circuitare anche la situazione opposta: dato questo mio dolore ecco che si realizza il desiderio di farlo sparire … ed ecco la possibilità di soluzioni facili ma mortifere come le droghe, gli abusi di tutto ciò che è abusabile, compresi i diritti degli altri esseri umani, per i quali è solo un altro essere umano l’ostacolo al proprio diritto al benessere.
Queste considerazioni non vogliono certo tentare di rispondere alla domanda se il benessere è fonte di benessere oppure di maggior malessere. Come prevedibile non solo gli studiosi esprimono pareri contrastanti, ma credo che ognuno possegga una sua personale convinzione. La metafore della torre di babele è imperitura e fonte di stimoli per il mondo intero! Tuttavia il benessere ha ricadute diverse secondo le età. Se coincide con la percezione di un futuro incerto, generatore di paure e di sospetti sulla opportunità di investire nel presente, come accade per certe fasce giovanili, può generare ansia solubile in qualcosa: affetti, alcol, ecstasy, cibo, ecc. o al contrario, voglia di tutto e subito, purtroppo solubile nelle stesse di prima!
Ma non tutto deve essere così triste; secondo l’antropologo Lèvi Strass le società umane si reggono sulla logica della festa o della dissipazione.
Un’organizzazione sociale o del lavoro complessa produce ricchezza, lentamente e con fatica … solo in vista della festa, cioè di un momento in cui il valore aggiunto verrà bruciato, spensieratamente e in pochi minuti, il corrispettivo di piacere riequilibra la fatica dell’apparato produttivo.
Forse è per questo che amiamo le feste di ogni tipo e forse per altro ancora i giovani vanno nelle discoteche a passare le notti … forse senza saperlo sono da sempre d’accordo con Borges: “La notte ci piace perché, come il ricordo, sopprime i particolari oziosi”.