RELAZIONI DEI CONVEGNI INTERREGIONALI 2003
TEMA DEI CONVEGNI:
il cammino del volontario Avulss:
bioetica - il volontariato tra interrogativi urgenti e risposte discordanti
SPOLETO * 25 - 26 OTTOBRE 2003
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Concezione dell'eutanasia nel magistero cattolico |
Mons. Dino Pallucci |
La concezione dell’eutanasia nella cultura cattolica trova il suo fondamento nella dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede del 5 maggio 1980 sulla eutanasia.
Queste parole di S. Paolo: "Sia che viviamo, viviamo per il Signore, sia che moriamo, moriamo per il Signore. Quindi, sia che viviamo sia che moriamo siamo del Signore" (Rom. 14,8; Fil 1,20).
I cedenti vedono nella vita umana il fondamento di tutti i beni ed un dono dell’are di Dio. La vita sacra ha un carattere sacro e nessuno può disporre a piacimento.
Da ciò deriva che attentare alla vita di un uomo innocente equivale ad opporsi all’amore di Dio ed a commettere un crimine di estrema gravità.
Inoltre, sempre secondo questo presupposto ogni uomo deve conformarsi al disegno di Dio. Il suicidio è quindi inaccettabile, perché significa il rifiuto della sovranità di Dio e del suo disegno d’amore, e quindi rifiuto dell’amore verso se stessi.
Il documento in esame prende in considerazione l’eutanasia in senso stretto quale azione od omissione che di natura sua o nelle intenzioni procura la morte allo scopo di eliminare ogni dolore.
Nessuno può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo.
Si tratta in questi casi di una violazione alla legge divina, di una offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita e di un attentato contro l’umanità".
La dottrina cristiana consente tuttavia l’uso di medicinali al fine di diminuire il dolore anche se da ciò possa derivare minore lucidità.
Già Pio XII con una dichiarazione ancora oggi valida per il mondo cattolico, afferma che la soppressione del dolore per mezzo di narcotici è permessa se non esistono altri mezzi e se nelle specifiche circostanze non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali. Qualora la somministrazione di analgesici porti alla perdita della coscienza, Pio XII afferma che non è lecito privarne il moribondo senza grave motivo.
Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede si occupa anche di mezzi terapeutici, ammettendo il ricorso ai mezzi messi a disposizione della medicina più avanzata con il consenso dell’ammalato anche se non sono esenti da alcun rischio e ritenendo lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi sulla base della volontà del malato, dei familiari e del parere dei medici competenti quando sono disattese le speranze, cioè quando le tecniche usate impongono al paziente sofferente e disagi maggiori dei benefici che se ne possono trarre ("mezzi sproporzionati").
Secondo il Magistero cattolico è lecito curarsi con i normali mezzi di cui la medicina dispone e non vi è l’obbligo di ricorrere a cure che non sono esenti da pericoli o troppo onerose e di fronte ad una morte inevitabile è parimenti lecito rinunciare a quei trattamenti che prolungano una vita penosa e precaria senza interrompere le cure normali dovute all’ammalato. Il medico non è sicuramente responsabile in questi casi.
Il messaggio della Chiesa Cattolica è che la vita è un dono di Dio e dall’altra che la morte è ineluttabile ed è quindi necessario accettare con coscienza e dignità la morte. I medici dal canto loro hanno l’obbligo di mettere a disposizione degli ammalati la loro professionalità e il loro conforto.
Questa la posizione ufficiale della Chiesa Cattolica sull’eutanasia.
E’ interessante concludere questo punto con alcuni stralci di una lettera pubblicata su "La Stampa" in "Lettere al giornale" del 10-11-1996 del Prof. Luigi Resegotti, primario di ematologia all’ospedale Molinette di Torino.
Il professore afferma che oggi il diritto alla dignità alla vita è stato raggiunto dal malato terminale, grazie alla cultura della verità al malato, del consenso informato della terapia, dove il paziente è soggetto e non oggetto di cure, è capace di decidere della propria vita e di essere portatore di valori.
Resegotti è dell’opinione che il passo successivo sia quello di dare dignità alla morte dal momento che essa non va negata o nascosta ma accettata e sicuramente ciò non si raggiunge accelerando la fine della vita ma stando vicino al paziente con amore fino alla morte. Sottolinea, inoltre, come più di un malato prima di morire si sia rivolto a lui dicendo: "è stato bello combattere tanto tempo insieme, ho sentito che la mia vita ha avuto un senso, ora sono stanco e muoio contento".
Solo questa, conclude il professore, è la bella morte, l’eutanasia che per essere realizzata non ha bisogno di leggi e di associazioni, ma di medici che abbiano occhi per vedere e cuore per sentire.
Un caso del giugno 1998 ha scosso l’opinione pubblica: quello dell’insegnante di Monza che ha provocato la dolce morte sulla moglie in coma cerebrale.
Secondo il parere di Padre Mauro Cozzoli, docente di Teologia Morale alla Pontificia Università Lateranense, ogni soppressione diretta e volontaria della vita umana è sempre moralmente inaccettabile, perché non è l’uomo il padrone della vita e della morte, solo nei casi di una effettiva constatazione della morte cerebrale si può decidere insieme ai medici e ai pazienti di rinunciare all’accanimento terapeutico.
Si deve rinunciare, continua Cozzoli, ai mezzi sproporzionati per non cadere nell’accanimento terapeutico e non si deve rinunciare ai mezzi proporzionati per non cadere nell’eutanasia.
Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitae del 1995 afferma che l’eutanasia comporta la matrice propria dell’omicidio e che è uccisione deliberata e moralmente inaccettabile. Il Pontefice richiama anche le parole di S. Agostino, che con sorprendente attualità scriveva: "non è mai lecito uccidere un altro anche se lui volesse, anzi, se lo chiedesse perché tra la vita e la morte supplica di essere aiutato a liberare l’anima che lotta contro i legami e desidera staccarsene". Il Papa, che in occasione di una sua visita in Austria si è pronunciato contro l’eutanasia ma anche contro ogni prolungamento artificiale della vita ad ogni costo, ha esortato a rispettare la dignità degli anziani, dei malati, dei moribondi aiutandoli a comprendere la propria sofferenza come un processo di maturazione, di perfezionamento della propria vita in un contesto nel quale obiettivo non solo le moderne tecniche della medicina ma l’uomo nella sua inalienabile dignità.
Nell’ottica cattolica poi la vita umana non è mai senza senso oppure inutile, e proprio dai malati terminali scaturisce una fondamentale lezione per la nostra società, tentata dal mito del vitalismo, dell’efficientismo e del consumismo.
Nella visione cattolica relativa alla buona morte, degna di nota è la posizione del Teologo cattolico Hans Kung, che da tempo è in rotta di collisione con il magistero ecclesiastico.
Il teologo nella prefazione di un suo libro riporta una recente sentenza del tribunale di Karlsruhe, che ha riconosciuto il diritto di ogni persona ad esprimere in anticipo la propria volontà circa la sospensione delle terapie di sostegno vitale qualora la persona vada incontro a situazioni mediche particolarmente gravi.
Si tratta del principio delle direttive anticipate che in paesi come gli Stati Uniti, l’Olanda, il Regno Unito, è già incorporato nelle rispettive legislazioni.
Kung difende non solo l’eutanasia passiva (la sospensione delle cure di sostegno vitale su richiesta del paziente), ma anche quella attiva (interruzione attiva del malato terminale) basandosi principalmente su due argomentazioni.
Innanzi tutto egli fa notare come, in virtù delle recenti tecnologie biomediche utilizzate, il confine tra azione ed omissione, e quindi tra eutanasia attiva e eutanasia passiva appaia sempre più labile; secondo il teologo quanto all’eutanasia passiva esisterebbe un ampio accordo tra i medici, giuristi e teologi sulla sua laicità morale.
La seconda considerazione di Kung, parte dalla dichiarazione approvata dal parlamento delle religioni mondiali, riunitosi a Chicago nel 1993, dove è ribadita la norma "non uccidere". Tale assunzione riferita al rispetto di ogni vita porta Kung ad affermare che siano in un tempo di veloci mutamenti e di valori e di norme, in cui pian piano verrà accettata l’idea che sia l’inizio, sia la fine della vita umana, ricadranno sotto la responsabilità dell’uomo. Il teologo ritiene che il diritto alla vita non corrisponde ad una coercizione a vivere e si oppone all’orientamento tradizionale della dottrina cattolica, secondo il quale la vita è indisponibile perché dono di Dio. Kung muove tale critica sulla base delle considerazioni che la vita è rimessa alla nostra decisione responsabile in una autonomia che si fonda sulla teonomia e che la dottrina tradizionale assume una falsa immagine di Dio, basata su alcuni passi biblici scelti in modo arbitrario. Egli è a favore dell’idea di Dio come Padre dei deboli, dei sofferenti, che vuole avere nell’uomo un partner libero e responsabile.
Ma l’impresa certamente più ardua di Kung è quella di cercare un unico comune denominatore alle grandi religioni, un nucleo di valori morali condivisibili anche da atei al fine di definire un’etica mondiale.
Più recentemente, nel febbraio 1999 la Chiesa cattolica ha ribadito ancora una volta la sua posizione sulla questione in esame nel corso della quinta assemblea plenaria della "Pontificia Accademia per la Vita" sul tema della "dignità del morente".
La posizione dell’accademia è risultata quella di un doppio "no" forte e chiaro al suicidio assistito e all’eutanasia, il quale deve essere sostenuto da un impegno a rimuovere quei vuoti affettivi e sociale che per paradosso portano alla richiesta di eutanasia. Ciò significa opposizione ad ogni atteggiamento di isolamento e di abbandono di anziani e dei malati terminali, favorendo le cure particolari di cui queste persone hanno bisogno, in particolare, quelle che alleviano il dolore e l’assistenza domiciliare.
Monsignor Elio Sgreccia, vicepresidente dell’accademia, ha rilevato come eutanasia e suicidio assistito siano un duplice delitto contro la vita anche se c’è la presunta volontà del paziente di voler morire ed il medico in entrambi i casi ha una responsabilità diretta.
Joannes Lelkens, docente di anestesiologia all’università di Maasticht, ha affermato, trattando il delicato tema delle cure palliative, che se l’obiettivo delle somministrazioni di antidolorifici è di liberare il paziente dal dolore l’atto è moralmente buono anche se può portare "un effetto cattivo" come l’accelerare il decesso del paziente.
Senza ricorrere all’accanimento terapeutico, e senza compiere atti intenzionalmente diretti ad affrettare la morte, non si deve abbandonare la persona alle sue sofferenze ma è necessario assicurarle una qualità di vita dignitosa.
Luke Gormally, direttore del "Linacee Center for Health Care Ethics" di Londra, ha evidenziato il pericolo dell’affermarsi di proposte come quella della "sedazione terminale" (porre cioè il morente in uno stato di coma farmacologico) che è moralmente equivalente all’eutanasia. Tale pratica può essere giustificata solo nei casi in cui la sofferenza del paziente non può essere giustificata solo nei casi in cui la sofferenza del paziente non può essere altrimenti alleviata. Nemmeno in questo caso è lecito sospendere l’alimentazione del morente come spesso avviene, in nome di quella che Goenally ritiene essere distorta applicazione del concetto di "comprovata inefficacia" (equivale al termine inglese di "futilità") perché, come ha affermato Edmund Pellegrino, del centro di bioetica clinica di Washington, la somministrazione di cibi e liquidi non può mai essere interrotta.
Il Papa nel corso dell’udienza alla "Pontificia Accademia per la vita" ha lanciato un appello contro la "cultura della morte" chiedendo ai cattolici di contrastare questa tendenza di morte nei parlamenti e nell’opinione pubblica e di promuovere nella società e nelle strutture della chiesa l’assistenza al morente. Il Papa ha rivendicato poi, per la chiesa, il dovere di "difendere la sacralità della vita" non per obbedire a forme di assolutizzazione della vita fisica, ma per il rispetto della dignità vera della persona e continua affermando che l’abbandono del morente si va estendendo nelle società sviluppate dove si propone la nuova sfida della legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito. Il Pontefice ha parlato di occultamento della morte, ovvero di società organizzate attorno al benessere materiale che cancellano l’interrogativo che la morte porta con sé fino a proporne l’anticipazione indolore.
Giovanno Paolo II non ha risparmiato poi né la dimensione medica che non sempre è in grado di fornire un’assistenza personale ed umana, né l’etica utilitaristica che regola molte società avanzate sulla base di criteri di produttività e di efficienza la quale fa sentire i malati gravi e morenti, alla luce dei rapporti costi – benefici, come un peso ed una passività.
VALDESI E METODISTI
Il 26 agosto 1998 il Sinodo delle Chiese valdesi e Metodiste ha recepito tre relazioni sulla bioetica elaborata da una commissione istituita nel 1992 dalla Tavola Valdese, l’ultima delle quali dal titolo "eutanasia e suicidio assistito".
Il documento distingue tra eutanasia attiva, passiva, e suicidio assistito. I redattori, guidati da un’autentica pietas cristiana, sostengono che il dovere del medico è quello di aiutare il paziente sino alla fine.
Si è cercato di formulare un concetto di omicidio volontario buono dove comunque si preferisce parlare di consapevolezza medica che non rifiuta di accompagnare le persone anche quando chiedono di uscire dalla vita.
Si distingue poi tra vita biologica, che è l’insieme delle funzioni organiche e materiali del vivere, e vita biografica, che è la vita umana propriamente detta quale insieme di ricordi, esperienze ed emozioni, cioè di un vissuto la cui qualità va conservata specie se è il malato chiederlo anche con la sostituzione di un buon morire ad un ignobile vivere.
Così commenta il contenuto del documento il giornalista Franco Voltaggio: "L’uomo non vive semplicemente, si vede vivere ed ha il diritto in questa auto rappresentazione del vissuto di scegliere tra un vivere per lui degno del nome, ed un vivere che la sofferenza rende intollerante ed umiliante".
L’idea dell’eutanasia come buona morte è radicata nella cultura cristiana. Il cristianesimo primitivo faceva del confronto e dell’aiuto a morire l’occasione per celebrare l’idea del vissuto con dignità e decoro.
Secondo la comunità valdese, infatti, il richiamo dei più antichi padri della Chiesa al dovere di assistere i moribondi e gli infermi mentali con la vicinanza anche fisica andrebbe interpretato come una sorta di eutanasia passiva perché ritenere che la preghiera e la solidarietà valgano più di un buon farmaco equivale ad accettare l’inevitabilità della morte e a renderla lieve con il buon morire.
Il documento in esame sostanzialmente afferma che la questione dell’eutanasia non può essere affrontata se non in un contesto di relazioni umane e nel rispetto dell’autodeterminazione del malato e riprendendo la distinzione fra vita biografica e vita biologica il gruppo di lavoro della Tavola Valdese sostiene che se viene a cessare la prima può essere presa in considerazione l’eventualità di porre termine alla vita biologica.
Per il gruppo di lavoro inoltre la sofferenza e il dolore non portano alla salvezza, dal momento che sono una dimensione dell’esistenza umana da accettare ma anche da combattere, perché non hanno in sé nulla di positivo.
La posizione, Valdese – Metodista, si differenzia dunque da quella cattolica perché si occupa più del rispetto delle persone che non della sacralità della vita.
Nell’ultimo paragrafo del testo "Eutanasia e suicidio assistito" si legge: "Il medico che si ritiene disponibile al suicidio assistito o all’eutanasia, non commette un crimine, non viola alcuna legge divina, compie un gesto umano di profondo rispetto difesa di quella vita che ha un nome ed una storia di relazione".
L’auspicio espresso dal gruppo di lavoro è che il documento venga discusso e criticato perché l’eutanasia è un problema medico, religioso, civile e giuridico.
AVVENTISTI DEL 7° GIORNO
Sulla base della dichiarazione provata nell’ottobre del 1992 gli Avventisti del 7° Giorno distinguono, sotto il profilo, l’azione volta essenzialmente a togliere la vita e la possibilità per il paziente di morire rifiutando l’intervento medico, che avrebbe come unico scopo di prolungare la sofferenza e dilazionare il momento della morte. A loro giudizio il potere della medicina dovrebbe essere usato al fine di rivelare la grazia di Dio diminuendo la sofferenza, poiché grazie alla promessa divina di vita eterna sulla nuova terra, i cristiani non sentano la necessità di aggrapparsi con angoscia agli ultimi brandelli di vita terrena.
Non si sentono quindi obbligati ad accettare o offrire tutti i trattamenti medici possibili che hanno come ultimo scopo quello di prolungare il processo di morte.
Da questa impostazione, deriva come gli Avventisti del 7° Giorno siano impegnati nel prestare attenzione alla persona umana nella sua totalità ed in particolare nella cura fisica, emotiva, spirituale. Essi affermano pertanto il diritto di ogni persona, capace di intendere e di volere pur vicina alla fine della propria vita, di conoscere la verità sul proprio stato e sui possibili trattamenti. L’assunto di base è che Dio ha donato agli uomini la libertà di scelta che si estende anche al campo delle cure mediche. Infine gli Avventisti del 7° Giorno ritengono che le decisioni riguardanti la vita umana devono essere prese nel onesto di sane relazioni familiari, tenendo in considerazione il parere del medico.
Resta il fatto che secondo tale impostazione l’amore cristiano, essendo concreto e responsabile, non porta all’obbligo di accettare interventi medici i cui inconvenienti sarebbero maggiori degli eventuali vantaggi
Quando le cure mediche non fanno che mantenere in vita il malato, nonostante egli non abbia nessuna speranza di uscire dal coma, esse sono inutili e possono essere evitate o interrotte.
Così allo stesso modo, sarà possibile evitare o interrompere quei trattamenti medici che allungano la vita, prolungando inutilmente la sofferenza del paziente o il processo di morte.
Gli avventisti non sono favorevoli né all’eutanasia attiva né all’aiuto al suicidio.
Essi ritengono che sia compito dei cristiani occuparsi dei malati terminali al fine di alleviare le loro sofferenze.
Le cure dovrebbero essere accordate secondo i desideri dei malati ed in base ai bisogni spirituali e fisici anziché in base allo status sociale.
EBREI
L’ebraismo avverte il conflitto tra il carattere essenziale divino della malattia e gli sforzi compiuti dall’uomo per combatterla. Ma il problema di sfuggire alla provvidenza non è sentito dai rabbini i quali ritengono vincolante il dominio della malattia e del dolore.
La Torà, la legge nei primi cinque libri della Bibbia, ha dato il permesso al medico di guarire. Questo è un vero e proprio precetto religioso che rientra nella categoria del salvare la vita, e se rifiuta è come se avesse versato del sangue a meno che non sia disponibile un medico più competente.
Nella cultura ebraica è proibito confidare nei miracoli o mettere in pericolo la propria vita, ed è proibito mutilare il corpo. Da ciò si deduce che le leggi religiose vengono automaticamente sospese quando esiste un qualche rischio per la vita, con le sole eccezioni dell’immortalità, dell’idolatria, e dell’assassinio.
Ogni vita umana quindi è considerata di valore infinito e assoluto indipendentemente dalle speranze della vita, dalle condizioni di salute e dall’utilità per la società.
Secondo gli ebrei non ci sono differenze tra i nazisti che uccidono gli individui considerati inferiori e i fautori dell’eutanasia per gli individui che sono diventati inutili.
Secondo la legge ebraica chi uccide una persona sana o una persona che si avvicini alla morte è trattato come un criminale.
Per quanto l’ebraismo si adoperi al fine di alleviare il dolore umano, questo non potrà mai avvenire a costo della vita stessa.
L’eutanasia non fa altro che sminuire il valore della vita in base a considerazioni di opportunità. Sopra si è visto come nel bilanciamento tra la sanità della vita e il sollievo dalle sofferenze pesi più il primo valore e come da ciò derivi che l’eutanasia è una pratica severamente condannata dalla legge ebraica.
La morale ebraica valuta la pace dello spirito del paziente più della sincerità del medico.
In questa cultura, la visita al malato è una delle massime espressioni di carità. Il paziente gode poi di un diritto particolare verso l’assistenza pubblica e privata ed i contributi sanitari hanno la precedenza anche sulla costruzione di una sinagoga.
Il medico essendo al supremo servizio della vita e della salute degli altri è quasi un funzionario religioso.
Inoltre i medici, come i rabbini, sono esenti dalla responsabilità per danni causati da errori di giudizio purché abbiano ricevuto il permesso di esercitare.
Come principio generale non si può mettere in pericolo la propria vita così come non si può danneggiare quella d un altro; tuttavia la legge ebraica non richiede il consenso per le operazioni ritenute indispensabili dall’opinione medica competente. Possono essere autorizzate cure mai provate che potrebbero rivelarsi fatali nel tentativo disperato di salvare o prolungare la vita.
Per quanto riguarda le sperimentazioni, queste possono essere effettuate su un individuo per salvare la vita di altri a meno che quelle in caso di esito positivo possano giovare anche al singolo.
L’ebraismo punta sull’interesse per il benessere fisico e mentale del paziente fino alla fine arrivando ad affermare che non bisognerebbe dire al paziente che è affetto da una malattia terminale a meno che tale informazione possa recargli sollievo.
Al paziente che soffre dolori eccessivi possono essere somministrati analgesici anche se in questo modo esiste il rischio di affrettare involontariamente la morte, purché il tutto avvenga con il solo scopo di alleviare il dolore.
La legge ebraica condanna ogni accelerazione attiva e volontaria della morte come un assassinio puro e semplice, sia che il medico agisca con il consenso del paziente che in assenza.
Per quanta riguarda infine l’eutanasia passiva, esistono pareri discordanti tra i rabbini. Alcuni ritengono infatti che non sia possibile una sospensione degli sforzi (anche se senza speranza) rivolti a prolungare la vita, mentre altri consentono la sospensione di cure al solo scopo di far cessare il supplizio del paziente, purché non vengano eliminati i mezzi di sussistenza.