ritorno elenco 2003

RELAZIONI DEI CONVEGNI INTERREGIONALI 2003

TEMA DEI CONVEGNI:

il cammino del volontario Avulss:

bioetica - il volontariato tra interrogativi urgenti e risposte discordanti

 

VERBANIA * 11 - 12 OTTOBRE 2003

 

Conclusione del convegno

Dott. Franco Belluigi

 

 

Don Roberto Ziglioli avrebbe dovuto tirare le conclusioni del convegno con la sua relazione finale; ma per motivi pastorali non può essere presente. I toni sarebbero saliti di molto, grazie alla sua capacità di sintesi ed alla sua cultura che spazia in molte direzioni. Avrete la compiacenza di accettare la mia conclusione che non sarà forse dotta, ma avrà lo scopo di farvi ulteriormente riflettere su quello che avete ascoltato.

Abbiamo avuto il piacere di apprezzare relatori competenti che hanno sviscerato i temi che avevamo loro affidato, abbiamo avuto il piacere di ascoltare molti concetti nuovi grazie alla cultura ed alla esperienza di ogni relatore: ognuno di essi ha espresso il proprio convincimento adducendo i motivi della propria convinzione.

Relazioni brevi, ma ricche di contenuti e di proposte.

Siamo passati da momenti filosofici a momenti scientifici senza accorgercene, perché presi per mano ed aiutati a capire tematiche importanti ed attuali.

Non so se ognuno di voi si è trovato sempre in linea con quanto è stato detto, ma di una cosa sono sicuro, che ognuno di noi uscirà arricchito da quanto ha potuto ascoltare durante il convegno.

Oggi la bioetica, grazie ai relatori tutti, ci appare meno lontana: era questo lo scopo che ci eravamo prefissi.

A nessuno sarà chiesto di dare risposte di senso, il volontario AVULSS è chiamato a prendersi cura dell’uomo nella sua interezza nel momento della sofferenza e dovrà essere attento a tutte quelle dinamiche che si sviluppano nei momenti di dolore, accompagnandolo con costanza, umiltà e tenerezza durante tutto il percorso della malattia e cogliendo quello che può balenare nella mente di una persona che soffre.

Dovrà inoltre tenere presente, partendo dal concetto che non esiste la malattia, ma il malato, che la risposta dovrà trovare la sintesi fra attenzione e concretezza, chiedendosi magari: <<cosa vorrei fosse fatto a me?>>.

Quello che abbiamo appreso in questo convegno ci aiuterà a vivere con minore sofferenza questi momenti che potrebbero coinvolgerci al tal punto da farci perdere la serenità. Quante volte ad ognuno di noi è capitato di assistere un malato terminale in preda al dolore e magari di chiedersi se fosse giusta tanta sofferenza?

E proprio a questo punto che iniziano a frullarci in testa mille pensieri: eutanasia, accanimento terapeutico, cure palliative e quindi la ricerca di una soluzione.

Quale soluzione?

Una soluzione però che non sia solo il frutto del nostro pensiero, ma che esprima tutta la libertà dell’uomo e delle sue scelte.

Mi domando: assisteremo prima o poi , come dice Galimberti, alla sconfitta dell’etica o, forti di quanto abbiamo ascoltato in questi giorni dai relatori, contribuiremo alla difesa dell’unica bioetica possibile, cioè quella cristiana?

Io credo che saremo invece chiamati a far passare la giusta informazione volta ad esprimere quanto il Santo Padre ha detto durante la lectio magistralis :”il primo e più fondamentale diritto umano è quello alla vita: infatti la vita umana è sacra ed inviolabile dal suo concepimento al suo naturale tramonto.. ..In particolare ho insistito sul fatto che l’embrione umano è individuo umano e, come tale, è titolare dei diritti inviolabili di ogni essere umano.”

Oggi è facile incappare in ciò che il professore Porcarelli ha chiamato trappola.

Per qualità della vita, nel nostro credo, non può essere intesa solo quella parte che privilegia la bellezza fisica, il benessere sociale ed economico, ma dobbiamo includere quella parte che vede l’uomo che soffre capace di affrontare i momenti della sua sofferenza cercando di dargli un senso.

E’ questo il messaggio che hanno lanciato i relatori ai volontari presenti in sala, cioè di guardare ai veri valori che sanno e possono esprimere con i rapporti con il malato, forti di una cultura che mette e al centro della relazione la persona in tutta la sua dignità.

Siamo convinti di rispettare la dignità e la libertà dell’uomo che soffre aderendo ad una legge che potrebbe decidere che è legale procurare la morte di un uomo solo per non farlo soffrire?

Ci sono già nazioni dove la pratica dell’eutanasia è esercitata per legge, il rischio che corriamo in Italia è quello di arrivarci un poco alla volta (forte in questi giorni il dibattito sul testamento biologico); è a questo che dobbiamo opporci da uomini liberi che credono nella sacralità della vita, che credono che la vita è un dono di Dio, che la vita appartiene anche al mistero.

Io credo fortemente che la maggioranza dei medici rimarrà fedele al giuramento di Ippocrate. Quale medico sceglierà di fare l’opposto di quello a cui è stato educato, cioè curare per salvare?

Si potrebbe obiettare che il medico potrebbe scegliere di praticare la dolce morte per pietà, per umanità!

Un assurdo! Quale pietà esprimerebbe laddove decidesse di aderire all’eutanasia? Non riesco a trovare una risposta che trovi la spiegazione nel nostro credo di cattolici.

Ci siamo invece interrogati sul come avvicinarci al malato nella fase terminale della vita, o sul come comportarci per lenire la sua sofferenza?

E’ questo il tema che ha più affascinato i nostri volontari; nei lavori di gruppo si sono interrogati, hanno cercato soluzioni per alcuni problemi, ma in tutti è apparsa chiara la consapevolezza della necessità di una maggiore informazione, oserei dire una formazione permanente su questi temi, perché il volontario AVULSS deve aver chiaro il concetto del rispetto della vita, non solo della sua qualità, ma soprattutto della sua sacralità.

E’ questo il nodo della questione.

Qualcuno si è chiesto perché se l’eutanasia è un rimedio solo alla sofferenza, non tentiamo con tutte le soluzioni terapeutiche di ridurre al minimo la sofferenza stessa?

E’ questa la strada da percorrere fino in fondo: la strada delle cure palliative, la strada degli hospice care dove operino equipes capaci di prendersi cura del malato terminale, è questa la strada che il Santo Padre ci indica.

Oggi la terapia del dolore è praticabile grazie ad un’organizzazione sanitaria specializzata in questa direzione e grazie ad una normativa che ha liberalizzato la prescrizione di alcune sostanze capaci di combattere ed annientare il dolore.

Se questa è la strada da percorrere, perché qualcuno si lascia ancora affascinare dalle varie forme di eutanasia come unica possibilità di affrontare la sofferenza invocando la dignità, la libertà, la qualità della vita dell’uomo?

Il Ministro della salute ha ribadito di recente il suo no all'eutanasia e non solo per motivi religiosi, ma sociali (ricordate come il professor Rosso nella sua relazione ha ben elencato questi motivi?); sottolineando che la società non può accettare che qualcuno per proprio conto possa porre fine alla vita di un uomo anche se si tratta di una persona che soffre. Anche l'accanimento terapeutico ha suscitato grandi perplessità nei volontari; qualcuno si è chiesto se è possibile stabilire un limite netto fra terapia normale ed accanimento terapeutico, non esiste una linea netta di demarcazione, è una decisione a volte più facile a volte meno, che fa sempre soffrire.

Molte volte nella mia vita professionale, dopo aver definito una terapia per un malato vicino a morire mi sono chiesto rientrando a casa se quella era la decisione giusta.

Notevole sforzo hanno profuso quei volontari che hanno deciso di confrontarsi su argomenti non ancora affrontati dai relatori: cioè sulla donazione d’organo e sui trapianti. Grande è stato l’interesse e forte la tensione a voler contribuire alla diffusione di questa cultura che, per i più, vuole esprimere un gesto di amore.

Per alcuni non è stato facile seguire le tematiche affrontate con un taglio filosofico e con un linguaggio troppo tecnico, ma anche fra questi volontari che hanno espresso tale difficoltà, forte è stata l’adesione al concetto di sacralità della vita e alla convinzione che la nostra vita è solo nelle mani di Dio che ne è l’autore.

Molte altre considerazioni potrei fare che rischierebbero di essere troppo personali, ed allora tornando alle conclusioni del convegno, sono convinto che oggi i volontari presenti, forti di una preparazione di base buona, di fronte al bombardamento mediatico sulla bioetica, oggi saranno meno sorpresi, più capaci di pensare con la propria testa, senza lasciarsi sorprendere da discorsi affascinanti, suggestivi, articolati in maniera logica e supportati dai metodi scientifici, capaci di nascondere la verità.

L’uomo che soffre non vuole morire, non chiede di essere ucciso, né pensa al suicidio, chiede aiuto per sopportare la sua sofferenza, chiede aiuto perché la sua dignità sia difesa. E’ questo l’unico impegno a cui siamo chiamati.

A volte si aprono scenari che nella ricerca della verità e nel rispetto della tanto decantata libertà danno adito a molte interpretazioni per ognuna delle quali c’è una soluzione. Ed allora dov’è il problema?

Il problema è il punto di partenza: se partiamo dal presupposto che l’uomo è solo il divenire di un processo biologico e non il frutto dell’amore di Dio, allora alcune risposte discordanti potrebbero essere accettate, ma se, come ho già detto, facciamo riferimento al mistero che pone l’uomo in una posizione di dipendenza (Dio lo ha fatto a sua immagine e somiglianza), allora dobbiamo puntare i piedi di fronte alle tante provocazioni e dobbiamo contribuire alla realizzazione di una cultura che recuperi il rispetto per l’uomo nella sua interezza, ma soprattutto per la sua dignità di figlio di Dio.

Sono anche convinto che in questi due giorni non abbiate trovato la risposta a tutti i vostri perché, sarà il vostro cammino di formazione permanente e quello personale a chiarirvi ancor più i vostri dubbi, non solo per arricchire la vostra cultura, ma per alzare il livello della qualità del servizio.