RELAZIONI DEI CONVEGNI INTERREGIONALI 2003
TEMA DEI CONVEGNI:
il cammino del volontario Avulss:
bioetica - il volontariato tra interrogativi urgenti e risposte discordanti
VERBANIA * 11 - 12 OTTOBRE 2003
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Della vita non si fa mercato |
Padre Edoardo Gavotti |
Le discussioni in tema di bioetica sono all’ordine del giorno, su tutto e di più, trascinati da una tambureggiante ricerca scientifica. Può sembrare strano, eppure oggi il pensiero fatica a tenere il passo dell’azione, anche perché il "pensare" è diventata una prassi faticosa e rara. Più sbrigativo passare ai fatti.
Il grave pericolo odierno è la mentalità pragmatica e mercantile in ambito bioetico, per la quale è connaturata la via del compromesso. E, come si sa, il compromesso deroga disinvoltamente ai principi e ai valori, essendo unico suo dogma il criterio dell’utile e del conveniente, fatto passare come scelta d’equilibrio e di buon senso.
Ora, quando si parla di vita e di vita umana, la prima considerazione da fare è precisare la sua natura, tracciando la linea di demarcazione rispetto alla vita vegetale e alla vita animale.
Oggi c’è la tendenza a mettere sullo stesso piano queste tre forme di vita, sull’onda del pensiero ecologista, animalista e, prima ancora, evoluzionista. Anzi, c’è chi avalla una concezione meccanicistica per la quale non trova rilevante neppure la distinzione fra esseri viventi e non viventi, differenza, invece, qualitativa e sostanziale per la concezione vitalista.
Cos’è la vita? Dal punto di vita filosofico è capacità di azione immanente: un’attività che parte dal soggetto, il quale tende a perfezionare se stesso. Il vivente, insomma, è causa e fine della propria azione.
Passando poi dall’una all’altra forma di vita, via via questa capacità di azione si espande:
- nel grado di vita vegetativa (una pianta) è triplice: nutrizione, accrescimento e riproduzione;
- nella vita sensitiva (un animale) si aggiunge un’attività sensoriale e, attraverso questa, la capacità di autoregolare la propria attività;
- nella vita intellettiva (l’uomo) compare la capacità della coscienza intellettiva e della libertà.
Il vitalismo afferma che i processi biochimici sono guidati da un principio unificatore che regola e determina le parti e le loro funzioni, principio che la tradizione chiama "anima"(vegetativa, sensitiva e razionale). Nel caso dell’uomo questo principio viene chiamato anche "spirito".
Nell’ambito dell’etica è decisivo stabilire se l’elemento biologico della vita umana costituisca tutto l’uomo, oppure se acquisti una nuova dimensione in virtù dello spirito presente in lui. Il corpo umano non può rientrare nella categoria delle "cose", degli "oggetti", ma neppure essere equiparato agli altri esseri viventi: c’è fra le due realtà un salto ontologico enorme, perché il corpo è "qualcosa che si è" e non semplicemente "qualcosa che si possiede", come hanno sostenuto autori quali Marcel, Husserl, Merleau-Ponty. Il corpo è presenza e manifestazione della persona; ciò che è proprio del corpo umano è di non esistere da solo, di essere "sostanzialmente" unito (per usare una categoria aristotelica) allo spirito, al punto da essere co-essenziale alla persona.
Se questo è vero, va esclusa ogni mercificazione del corpo umano che non potrà mai essere equiparato agli altri esseri viventi e divenire oggetto di contrattazione. A maggior ragione non potrà essere fatto segno di volontaria soppressione. Unico "scambio" concepibile resta quello del dono libero e incondizionato come risposta ad un bene superiore, il bene morale. È il caso del martirio, che non va comunque confuso col suicidio.
L’obiettivo del mio intervento è duplice:
- offrire una chiave di lettura per analizzare in modo critico le diverse posizioni in questioni bioetiche: si tratta di andare oltre la superficie, le frasi fatte o ad effetto, per capire cosa c’è in gioco nei dibattiti e nelle battaglie legislative;
- identificare il modello bioetico che possa accordarsi con l’antropologia cristiana, che guarda all’uomo posto radicalmente in rapporto a Dio, un modello tuttavia che trova anche sul piano puramente razionale un’ampia giustificazione.
Si invoca tanto il dialogo e il confronto sui temi bioetici: cosa indispensabile e incentivabile, ma non si può negare un dato di fatto, che dietro le disparate opinioni ci stanno diverse concezioni dell’uomo (antropologie), dei principi morali e dei relativi doveri.
L’orientamento cattolico alla luce dell’enciclica "Evangelium Vitae"
Il testo base del Magistero che ha affrontato il tema che qui interessa in lungo e in largo, è la lettera enciclica di papa Giovanni Paolo II sul valore e l’inviolabilità della vita umana, l’ "Evangelium vitae" (1995). Parla di un risveglio della riflessione etica attorno alla vita: "Con la nascita e lo sviluppo sempre più diffuso della bioetica vengono favoriti la riflessione e il dialogo – tra credenti e non credenti, come pure tra credenti e diverse religioni – su problemi etici, anche fondamentali, che interessano la vita dell’uomo."
Nel capitolo I (nn. 7-28) si indicano le attuali minacce alla vita umana, che ha raggiunto livelli del tutto nuovi rispetto al passato, al punto che si può parlare di una specie di "congiura contro la vita", che trova i mass-media per lo più complici. L’aspetto paradossale è che i menzionati delitti contro la vita (aborto, contraccezione, tecniche di riproduzione artificiale, diagnosi pre-natali, eutanasia, politiche antinataliste), si vogliono far passare come legittime espressioni della libertà individuale, da riconoscere e proteggere come veri e propri diritti. Dunque, dal delitto al diritto!
Alle radici di questo fenomeno sta l’esasperazione del concetto di soggettività, si identifica la dignità personale con la capacità di comunicazione esplicita, un concetto di libertà che equivale con individualismo privo di ogni solidarietà. Ma le radici più profonde dell’imperversare della cultura della morte risiedono nell’eclissi del senso di Dio e dell’uomo, che è a immagine di Dio e posto in relazione con Lui. Si crea un’atmosfera che crea un circolo vizioso: smarrendo il senso di Dio, si tende a smarrire anche il senso dell’uomo, della sua dignità e della sua vita; a sua volta la sistematica violazione della legge morale produce una sorta di progressivo oscuramento della capacità di percepire la presenza di Dio (n. 21). L’ uomo non riesce più a percepirsi come "misteriosamente altro" rispetto alle diverse creature terrene e si riduce in qualche modo a "cosa". Una volta escluso Dio, non sorprende che la stessa natura non sia più "mater" e sia ridotta a "materiale" aperto a tutte le manipolazioni (n. 22). L’eclissi del senso di Dio e dell’uomo conduce inevitabilmente al materialismo pratico, nel quale proliferano l’individualismo, l’utilitarismo e l’edonismo (n. 23).
Occorre, dice il Papa, una svolta culturale, di cui il primo passo è la formazione della coscienza morale circa il valore incommensurabile e inviolabile della vita umana. Come?
Va recuperato il nesso inscindibile tra vita e libertà: c’è libertà vera solo dove la vita è accolta e amata; e d’altra parte la vita è piena solo nella libertà.
Va recuperato il legame costitutivo tra libertà e verità: si deve affermare la possibilità di fondare razionalmente i diritti dell’uomo, così da evitare l’arbitrio dei singoli e dei totalitarismi (n. 96).
Occorre poi rinnovare la cultura della vita mettendosi tutti assieme, a cominciare dall’interno delle stesse comunità cristiane: si nota una dissociazione tra la fede cristiana e le sue esigenze etiche a riguardo della vita; ci sono dei passi da compiere per servire la vita secondo la pienezza della sua verità; va cercato il confronto con tutti sui problemi fondamentali della vita, nei luoghi di pensiero e negli ambiti professionali (n. 95). Il mondo del volontariato cristiano si deve sentire interpellato in primis da questo appello.
È possibile una fondazione filosofico-metafisica della bioetica?
La questione se sia possibile una fondazione metafisica della bioetica, è preliminare ad ogni confronto e dibattito. Se da una parte sono tutti d’accordo sulla necessità della bioetica, diversi però sono i modelli etici e difficilmente conciliabili fra loro. Tuttavia questo non deve esimere dal cercare un orientamento valido e razionalmente fondato, condivisibile per tutti. È una sfida da accogliere proprio per la rilevanza umana e sociale dei problemi implicati.
La bioetica è chiamata a fornire una giustificazione in senso forte delle scelte assiologiche-prescrittive, al rispetto delle quali saranno poi tutti tenuti. Sarebbe, infatti, inconcludente ragionare di bioetica senza almeno la speranza di fondarla su basi di razionalità e di oggettività.
La questione preliminare da affrontare è la cosiddetta "legge di Hume", che trova su due opposti schieramenti i modelli bio-eticisti:
- i non-cognitivisti (i modelli liberal-radicale e pragmatico-utilitarista), secondo i quali i valori non possono essere oggetto di conoscenza e di affermazioni quantificabili come vere o false
- i cognitivisti (i modelli sociobiologista e personalista), secondo i quali va ricercata una fondazione razionale e oggettiva dei valori.
Ben si comprende come gli esiti di una ricerca e lo stesso dibattito assumano un carattere diverso nell’uno o nell’altro caso. Annullando in partenza ogni possibile identificazione della verità, per i non cognitivisti la norma morale viene svuotata della sua peculiarità e si riduce ad essere il frutto di un’intesa di maggioranza. Una questione di legalità, non più di liceità.
Le diverse proposte di fondazione etica: i modelli bioetici
Fatto il primo passo, occorre poi vedere in concreto i diversi orientamenti. Noi li suddividiamo in quattro grandi gruppi secondo le diverse concezioni etiche sottostanti.
1. Etica descrittiva: il modello socio-biologista
È la posizione di Potter, il primo a paventare i pericoli della scienza sull’ordine della natura. La società va letta allo stesso modo della natura, prendendo atto di come funziona. Nella natura vale la legge dell’egoismo biologico di selezione, adattamento… (Darwin, Weber). Così è per la società che nella sua evoluzione produce e poi cambia valori e norme, che sono funzionali al suo sviluppo (Marx). La cultura non è che elaborazione trascrittiva e l’etica ha il solo compito di mantenere l’equilibrio evolutivo. "Verum ipsum factum – bonum ipsum factum": tutto ciò che di fatto avviene è già buono in sé. Non si fa altro che assecondarlo e imitarlo.
Qui si giustifica l’eugenismo (selezione degli individui secondo criteri di validità) e i crimini di Hitler sono tali solo per noi oggi. Invece, l’uomo resta uomo, diverso per natura dagli altri esseri viventi, e il bene e il male non sono commutabili.
2. Etica soggettivistica: il modello liberal-radicale
Qui troviamo i rappresentanti tipici del non cognitivismo: illuminismo ateo, libertarismo (Marcuse), esistenzialismo nichilista (Sartre), scientismo neo-positivista (Monod), emotivismo (Ayer, Stevenson), decisionismo (Popper, Kelson).
La fondazione dell’agire morale è la sola decisione del soggetto libera da ogni limite. Unico sbarramento è la libertà altrui.
Questa posizione è alla base di tutte le campagne di liberalizzazione: aborto, scelta del sesso, contraccezione, tecniche di fecondazione artificiale, sperimentazioni selvagge, eutanasia…
Critica: questa è una libertà da, ma non una libertà per, cioè è senza un contenuto di valori cui riferirsi (nichilismo). Invece la libertà non è mai sganciabile da una responsabilità, perché finisce per trasformarsi nella legge del più forte. Questa impostazione ovviamente trova difficoltà a fissare alcune norme sociali condivise. Hobbes diceva: "homo homini lupus". Oggi si cerca di rimediare col principio di tolleranza ma che è insufficiente.
3. Etica intersoggettiva: il modello pragmatico-utilitarista
Si ritrovano qui varie teorie, che cercano di rimediare alla debolezza del soggettivismo puro proponendo formule varie di "etica pubblica": per evitare l’individualismo vanno però a finire nel soggettivismo della maggioranza. Andare a cercare il comune denominatore della società denota la sfiducia di poter raggiungere una verità universale per un previo rifiuto della metafisica.
Il principio che sta alla base di queste etiche è il rapporto costi\benefici. Tale principio ha certo una sua validità, purché non porti alla soluzione del "bilanciamento", che mette sullo stesso piano beni tra loro disomogenei (Es.: spesa sociale/vita umana). Vediamo nel dettaglio queste scuole.
- Utilitarismo.
Per il vecchio utilitarismo di Hume, il calcolo costi\benefici era in riferimento alla valutazione piacevole\spiacevole del singolo soggetto. Il neo-utilitarismo di Bentham e Mill si regge sui tre capisaldi: massimizzare il piacere, minimizzare il dolore, estendere al maggior numero possibile la sfera delle libertà personali.
È su questi parametri che viene elaborato il concetto di "qualità della vita", volendolo contrapporre alla "sacralità della vita". Su quei parametri si stabilisce se certi interventi si possono fare o no, mettendo anche a confronto valori fra loro disomogenei (Es.: salute/produttività, terapie /disponibilità di fondi).
Si è cercato di mitigare l’utilitarismo più duro con alcune regole di beneficialità più ampia, per conciliare l’interesse privato con quello sociale. In qualche autore la persona viene identificata come un "essere senziente", e questo reca come conseguenze: la non tutela degli individui senza coscienza o sensibilità, l’eliminazione dei soggetti senzienti che soffrono un dolore eccessivo, si giustificano soppressioni varie (aborti, eutanasie) con la sola preoccupazione di evitare la sofferenza.
- Contrattualismo (Enghelardt)
Il consenso sociale della "comunità etica" giustifica la sottovalutazione di coloro che ancora non fanno parte a pieno titolo della comunità (Es.: embrioni, bambini, incapaci di intendere…) e i cui diritti dipendono dagli altri (Es.: i genitori, i tutori, giudici…).
- Etica fenomenologia (Scheler, Hartmann)
C’è sì un’apertura ai valori etici, che però sono fondati a livello intuitivo (emotivo o religioso), senza quindi la pretesa di universalità e vincolo per tutti.
- Etica formale dei beni (Gracia)
Rientra nel panorama fenomenologico: si afferma l’esigenza formale dei valori, però nella pratica ci si affida alla mera valutazione soggettiva.
- Teoria della comunicazione (Apel, Habermas)
Ci si affida al dialogo e confronto, rischiando di subordinare la validità della norma al consenso delle parti.
- Teoria del pricipialismo (Beauchamp, Childress)
Vengono individuati i tre principi che raccolgono una sovrapposizione di consenso, ma poi viene lasciata incerta la loro giustificazione. Essi costituiscono dei doveri "prima facie" (cioè in linea di principio), ma nella pratica davanti a un conflitto di principi la decisione finale del "bilanciamento" dipenderà dalla sottolineatura che viene data di volta in volta, con possibilità di soluzioni esattamente opposte. Il che fa capire la debolezza metodologica del metodo, che peraltro ha avuto grande successo nel mondo accademico anglosassone.
È indispensabile che fra i tre principi di autonomia, beneficialità e giustizia ci sia una gerarchia, e che l’autonomia sia subordinata al principio di beneficenza-non maleficenza.
4. Etica oggettivistica: il modello personalista
Abbiamo tre tipi di personalismo: personalismo relazionale, che sottolinea il valore della relazione intersoggettiva; personalismo ermeneutico di Gadamer, che sottolinea il ruolo determinante della coscienza nell’elaborare il giudizio morale; personalismo ontologico di Sgreccia, secondo cui a fondamento della soggettività sta un’esistenza-essenza costituita nell’unità corpo-spirito.
Boezio diceva che la persona sussiste nella individualità costituita da un corpo animato dallo spirito ("ens subsistens ratione praeditum"; "rationalis naturae individua substantia").
L’uomo è persona perché è l’unico essere vivente in cui la vita diventa capace di riflessione e di auto-determinazione. Ha la capacità di cogliere il senso delle cose e di usare il linguaggio astratto (ragione, libertà, coscienza). E questo è possibile in virtù di un’anima "spirituale" (e non solo "vegetale" e "sensitiva"), la quale è il principio di dinamismo di tutto l’essere.
Se questo è il modello bioetico, conseguono alcuni corollari:
- esiste una distanza ontologica e assiologia tra l’uomo e il mondo animale;
- in ogni singolo uomo è racchiuso il senso dell’intero universo e il valore di tutta l’umanità;
- la persona umana diventa criterio di valutazione di tutto il resto, resta sempre il fine dell’agire e mai il mezzo, è la linea di demarcazione fra il lecito e l’illecito. Tutti gli altri aspetti soggettivi devono misurarsi su questo statuto oggettivo e mai prescinderne. La stessa coscienza deve essere a questo educata.
I principi della bioetica personalista
Dalla riflessione del personalismo ontologico derivano i principi per quanto concerne qualsiasi intervento in campo biomedico.
La difesa della vita fisica
La vita corporea è il valore primario da custodire perché è conditio sine qua non per la persona di realizzarsi nel tempo e nello spazio. Al di sopra ci può essere solo il bene totale o spirituale. il rispetto della vita è il primo imperativo etico.
È su questo principio che si valutano ogni forma di soppressione della vita: omicidio, aborto e forme velate d’aborto (certe pratiche di contraccezione, di fecondazione artificiale, di diagnosi prenatale, di prelievo di cellule staminali), eutanasia, suicidio, espianto d’organi vitali, guerra di conquista.
È su questo principio inoltre che si afferma il dovere più generale di promuovere la vita (a livello culturale, socio-economico, politico) e la salute. Va però detto che la ricerca della "qualità della vita" non può soppiantare la "sacralità della vita".
Nei confronti dei livelli di vita inferiori, l’uomo può disporne per migliorare la propria, senza però violenze gratuite e devastazione dell’ecosistema.
Totalità, o principio terapeutico
La corporeità è un tutto unitario, composto di parti gerarchicamente coordinate ognuna con una propria funzione. Si tratta di salvaguardare l’integrità corporea ed i significati connessi alle diverse funzioni. Se l’integrità corporea può essere in parte sacrificata, sarà solo perché è diventata l’unica via per salvare la vita stessa o per recuperare un sufficiente stato di salute e di funzionalità; è questo che s’intende con principio terapeutico. Esso tuttavia richiede precise regole di applicazione: ci sia il consenso, agire direttamente sul male, non ci debbono essere alternative migliori, il bene ottenuto sia proporzionato al danno. E demolire il corpo per ottenere un benessere psicologico non può essere considerato un bene proporzionato (il caso della transessualità).
Libertà e responsabilità
Ogni atto etico implica la libertà e la responsabilità. Il diritto-dovere alla difesa della vita tuttavia precede il diritto alla libertà, perché non esiste la libertà di fare il male. Questo vale per la società, vale per il medico, ma vale anche per lo stesso paziente il quale non può comportarsi da padrone assoluto ed arbitrario nei confronti della propria vita. Per esempio, non può con il proprio consenso legittimare l’eutanasia.
Socialità e sussidiarietà
Se la vita e la salute sono beni primari, allora la società li considera beni sociali da salvaguardare e promuovere. Il legame tra società e salute è evidente: si pensi solo ai problemi dell’inquinamento, alle epidemie, all’offerta dei servizi socio-sanitari.
Il principio di socialità giustifica il dono degli organi, e obbliga la comunità a fornire i mezzi perché ogni cittadino possa accedere alle cure necessarie, attraverso interventi pubblici o attraverso l’incentivazione dell’iniziativa privata.
Per concludere: il metodo di ricerca in bioetica
Sarebbe egualmente errato ricorrere sia al metodo induttivo, cioè al voler ricavare le norme morali dalla semplice osservazione biologica o sociologica, sia al metodo deduttivo, cioè al far discendere direttamente dal principio le norme di comportamento, prescindendo dalla considerazione della concreta realtà.
È invece corretto il metodo triangolare, quello cioè che contempera tre poli di attenzione:
- la dimensione biologica (il caso medico va esposto con esattezza scientifica);
- la dimensione antropologica (il rispetto assoluto della dignità della persona, della vita, dell’integrità del corpo);
- la dimensione etica (la determinazione di valori e norme di comportamento).
È bene che ci sia sempre un raffronto con le altre posizioni etiche, delle quali si evidenziano gli aspetti buoni e quelli deboli o erronei.
In definitiva, è l’antropologia che permette di tracciare una linea di demarcazione fra ciò che è tecnicamente realizzabile e ciò che è eticamente lecito.
E la nostra non potrà che essere un’antropologia cristiana: l’uomo, ogni singolo uomo, è voluto, amato e redento da Dio, all’interno di una relazione che non viene mai meno perché fondata sulla sua misericordia e fedeltà. In Cristo siamo poi resi figli. In ogni uomo e ogni donna è impresso il sigillo di Dio, e nel suo volto il Figlio invita a vedere la sua stessa persona, al punto da ritenere fatto a sé ogni atto rivolto anche al più piccolo dei suoi fratelli. Ogni giorno della vita, ogni situazione, anche la più infima e desolata trova all’interno di questo rapporto il suo significato, nell’attesa di poterlo vivere in pienezza nella vita eterna, quando il Figlio ci darà la vita e ce la darà in abbondanza (Gv 10,10).
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Natura della realtà |
Le facoltà |
Criterio dell’agire morale |
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Le cose |
Processi fisici, chimici |
Uso secondo utilità ed economicità |
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Vita vegetativa (le piante) |
Si aggiunge: nutrizione, accrescimento, riproduzione |
Uso, ma anche: rispetto dell’ecosistema |
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Vita sensitiva (gli animali) |
Si aggiunge: uso dei sensi e autoregolazione |
Uso e rispetto dell’ecosistema, ma anche: reale utilità, evitare sofferenze |
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Vita intellettiva (uomo/donna) |
Si aggiunge: autocoscienza e libertà |
La persona è: sempre il fine e mai il mezzo! |
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La "vita nuova" nello spirito |
Si aggiunge: la divina chiamata alla grazia |
La persona può fare offerta di sé per un bene superiore |
Modelli bioetici a confronto
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Fondazione etica Antropologia |
Modello etico Criterio di giudizio morale |
Aspetti critici Obiezioni, ad contra |
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1. DESCRITTIVA (naturalistica) Fa testo la legge dell’ evoluzione, basata sull’ "egoismo biologico" |
SOCIO-BIOLOGISTA Mantenere equilibrio evolutivo e selettivo. "Bonum ipsum factum": quanto si fa è bene in sé |
- L’uomo ridotto a natura biologica
- Il bene e il male non sono commutabili |
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2. SOGGETTIVISTICA (irrazionalista)
Vale il nichilismo, l’assenza di valori oggettivi ed universali |
LIBERAL-RADICALE
Valore assoluto è la libertà di agire, il cui unico limite è il rispetto della libertà altrui |
- Libertà senza contenuto - Legge del più forte - Difficoltà a fissare norme sociali |
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3. INTERSOGGETTIVA (razionalistaed etica pubblica)
Vale il pluralismo, per cui i valori sono subordinati al consenso |
PRAGMATICO- UTILITARISTA
Il criterio è il rapporto fra costi e benefici. Si enfatizza la "qualità della vita" |
- È il soggettivismo della maggioranza - Manca gerarchia per risolvere i conflitti fra principi |
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4. OGGETTIVISTICA (razionalista)
Esiste uno statuto ontologico: l’uomo è costituito nell’ unità di corpo e spirito |
PERSONALISTA Lo statuto assiologico sta nella dignità della persona umana. Si enfatizza la "sacralità della vita" |
- al "relazionale": sì, ma è la persona che fa la relazione e non viceversa - all’"ermeneutico": sì, è la coscienza che dirime le questioni, purché educata |
Confronto fra la bioetica
nord-americana e la bioetica personalista
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IL PRINCIPLISMO |
IL PERSONALISMO ONTOLOGICO |
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Principio di autonomia |
Principio di libertà responsabilità |
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Principio di beneficialità/non maleficenza |
Principio di totalità e terapeutico |
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Principio di giustizia |
Principio di socialità/sussidiarietà |
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Metodo del bilanciamento: sovrapposizione di consenso fra teorie etiche diverse |
Metodo dell’ armonizzazione/gerarchia: la persona umana integralmente considerata |
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Prevale la "qualità della vita" |
Prevale la "sacralità della vita" |