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Convegno Nazionale Avulss
Senigallia 23 ottobre 2004
"L'Avulss di Don Giacomo, ieri e oggi"
| relazione | relatore |
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volontariato che privilegia la persona ed opera direttamente nel territorio |
Paolo Spinaci |
Parlando con i nostri volontari spesso emerge il desiderio di operare senza tanta burocrazia e senza doversi occupare di problemi non inerenti il puro e semplice servizio alla persona in quel momento in stato di necessità.
E’ opinione diffusa che sia tempo sprecato o comunque sottratto al servizio un impegno nel sociale e nei rapporti con gli enti preposti a fornire servizi di pubblica utilità.
Indubbiamente una parte di ragione queste persone l’hanno: è noioso e talvolta frustrante relazionarsi con gli enti pubblici e con le leggi, che cambiano in continuo e con variazioni tali e tante da stravolgere e confondere gli stessi operatori sociali. E’ pur vero, però, che può operare bene solo chi sa: chi sa le leggi, chi sa chi sono le persone alle quali bisogna chiedere, vuoi aiuto, vuoi informazioni, chi sa relazionarsi con gli enti, chi sa relazionarsi con l’ammalato, con il disturbato con l’anziano.
Ed allora, se non ci scandalizziamo quando l’AVULSS chiede ad i propri volontari una adeguata formazione base ed un continuo aggiornamento “professionale”, perché ci meravigliamo quando ci viene chiesto un impegno partecipativo socio-politico?
In questi ultimi anni stiamo assistendo a dei cambiamenti di grande portata perché lo scenario socio/culturale/politico sta mutando rapidamente:
a) i bisogni delle persone sono completamente variati. E’ aumentata l’aspettativa di vita, sono aumentati gli stati di cronicità, è aumentato il bisogno di beni materiali.
b) lo stato si sta ritirando progressivamente dal sociale e dalla gestione dei servizi lasciando spazio alle cooperative ed al volontariato
c) sovrabbondanza di tecnologia e di mezzi a disposizione, scarsa attenzione all’individuo, al suo vissuto. L’individuo vive soggettivamente la sua esistenza, se ha dato un senso alla sua vita sta bene, ma se non vi è riuscito è solo, vive la sua solitudine molto male.
d) la famiglia di tipo patriarcale è tramontata per lasciare posto a nuclei frammentati che vivono freneticamente in ambienti piccoli e spesso lontani dai nuclei originali.
La società è pertanto, diventata complessa. Vi è sempre meno spazio per le persone ammalate, anziane od in stato di necessità e ci si accorge sempre più che la “parola buona” non basta più.
E’ necessario conoscere i diritti delle persone ed intervenire perché vengano rispettati e garantiti, perché l’accesso alle prestazioni cui ciascuno ha diritto venga garantito.
Chi ha molti anni di volontariato si ricorda che il primo imperativo per un bravo volontario era quello di prepararsi bene per saper essere vicino al prossimo in maniera efficiente ed efficace. La pietà e la compassione del volontario doveva colmare il vuoto dello stato e delle istituzioni.
Poi, piano, ha fatto capolino un altro impegno che veniva denominato: volontariato partecipativo. Non a tutti è piaciuto questo compito che suonava: far politica ed in quanto tale poco consono a dei volontari più portati a colmare i vuoti valoriali delle istituzioni che a calpestare i pavimenti degli uffici pubblici.
Col passare degli anni e con il mutare dello scenario socio/politico è venuto a chiarirsi sempre più come si doveva intendere questo nuovo compito.
Qualunque soggetto di volontariato organizzato, attivo nella società, per sua stessa natura, cioè per il fatto stesso di essere un soggetto che opera e che ha una sua progettualità, non può esimersi dal contribuire ai processi di riforma dello stato sociale e dal partecipare ai momenti di rinnovamento dello stato sociale. Chi meglio di un volontario può esprimere un parere sui reali bisogni di una persona in stato di necessità, sia essa in ospedale, in casa di riposo o in un domicilio privato?
Quante volte un volontario è intervenuto presso le persone preposte per farsi portavoce dei diritti calpestati?
Quante volte ci siamo arrabbiati perché la voce di chi era in stato di sofferenza non veniva ascoltata?
Ma questo non confina col fare politica? Quando protestiamo o ci sentiamo parte lesa per i diritti calpestati non siamo un soggetto attivo politico?
Ora è necessario far emergere sempre più questo aspetto del volontariato che deve agire su due piani, quello che gli è più consono di intervento nella “fase terminale” di situazioni compromesse, dove è urgente il bisogno di aiuto e di assistenza sia fisica che morale e quello socio/economico/politico, di partecipazione ai processi di riforma dello stato sociale, diventando soggetto attivo nel gestire opportunità di miglioramento nella cultura della solidarietà, delle leggi e della assegnazione di risorse economiche.
Per comprendere i cambiamenti della società, facciamo un brevissimo escursus.
Storicamente lo stato si è sempre occupato dei poveri in maniera assistenziale col fine di evitare rivolte e non compromettere l’ordine pubblico.
La legislazione di previdenza sociale si attua in Italia ai primi del 900 (assicurazione obbligatoria per l’invalidità e la vecchiaia) e nel 1919 l’assicurazione diventa obbligatoria per tutte le categorie e viene approvata quella contro la disoccupazione: si passa da uno stato assistenziale all’avvento di un sistema di “sicurezza sociale”.
Dopo la seconda guerra mondiale la disoccupazione e la povertà investono anche classi medie e la borghesia e lo stato è costretto ad allargare la prestazione dei servizi e delle assicurazioni a tutti i cittadini.
Nel 1948 con la costituzione si segna finalmente una linea di demarcazione tra stato assistenziale e quello “sociale” L’assistenza perde quelle caratteristiche di discrezionalità, marginalità e beneficenza e lo stato passa ad interventi sempre più organici per garantire i diritti sociali della persona e delle associazioni.
Si passa poi negli anni 60-80 al WELFARE STATE prima di tipo “Residuale” (lo stato provvede a coprire i bisogni residuali di quella minoranza che nonostante la crescita economica vive precariamente) e poi “Istituzionale” con interventi preventivi e programmati, volti a soddisfare tutti i bisogni sociali con sevizi uguali per tutti.
Non è compito di questa memoria valutare i pro ed i contro di questa evoluzione assistenziale, si pensi, però, che la crescita delle aspettative della utenza nei confronti del soddisfacimento dei bisogni e l’impossibilità di sostenere una spesa pubblica sempre più dilatata, hanno messo in crisi questo modello.
Ecco che nell’evolversi del sociale prende piede una nuova area culturale, il volontariato con il suo impegno solido e strutturato, con la sua dichiarata attenzione “all’umano”, alimentata dalla fede nella centralità della persona e vengono promulgati testi normativi come la 266 (11 agosto 1991).
Tutto questo, nella logica del legislatore, doveva portare ad una integrazione fra servizi pubblici e privati consentendo al volontariato di arrivare la dove lo stato non poteva coprire i bisogni, di essere più flessibile e più ”umano”.
Si poteva, però, correre il rischio che il volontariato diventasse strumento sostitutivo dell’assistenza pubblica, ed indubbiamente all’inizio della sua nascita in parte lo era.
Chi di noi non ricorda certi interventi, non certo propri di un volontario AVULSS, ma eseguiti solo perché l’attenzione alla persona era il primo nostro credo ed in certe situazioni un nostro eventuale rifiuto sarebbe andato solo a scapito della persona in difficoltà?
Parecchi anni fa il comune di Cantù offriva un servizio di pasti caldi a domicilio a persone anziane, sole o in difficoltà. Il servizio veniva sospeso il sabato e la domenica perché gli operatori che consegnavano il pasto a domicilio lavoravano solo 5 giorni la settimana. Le persone che usufruivano dei pasti erano in grossa difficoltà nei fine settimana, nei week end, nei giorni di festa ecc. Il nostro intervento, pur esulando dalle finalità del nostro volontariato, e da considerarsi di tipo sostitutivo del pubblico intervento, ha consentito a queste persone di ricevere il pasto sempre.
Contemporaneamente ci siamo attivati perché chi erogava il servizio provvedesse ad una copertura completa dello stesso. C’è voluto un po’ di tempo perché il comune si organizzasse, ma dopo due anni, grazie anche alle nostre pressioni il servizio è stato definitivamente reso indipendente dal volontariato.
Abbiamo evidentemente, superato l’assistenzialismo con un impegno socio politico ristabilendo quelli che erano i doveri del pubblico e quelli del nostro volontariato.
Da “tappabuchi” del sistema ci siamo proposti come un volontariato impegnato a rimuovere le cause e gli impedimenti che rendono croniche certe situazioni ed emarginano una parte della società, ovviamente la più debole e la meno protetta.
Questo salto di qualità del volontariato è un passaggio obbligato.
E’ necessario integrare un servizio alle persone ispirato a valori di gratuità, creatività e condivisione che indubbiamente rimane il fondamento indispensabile al nostro operare, ispirato, inoltre, dai valori cristiani, con un impegno a non essere più rassegnati a subire le forme di povertà, di solitudine e di emarginazione presenti nella società.
Il volontariato deve essere cosciente che si deve intervenire anche a monte, cioè la dove si crea il disagio, si deve cercare di rompere il meccanismo sotteso che crea emarginazione, altrimenti è un pò come lottare contro i mulini a vento.
Di qui emerge il compito specifico e l’impegno del volontariato organizzato di operare con le altre forze culturali, politiche, sociali per cercare di rimuovere quelle cause che determinano e cronicizzato l’emarginazione di una parte della società, quella più indifesa.
E’ la legge 328/2000 che tutti conoscete perché oggetto del convegno Nazionale di Pompei, che ci coinvolge nelle dinamiche sociali e ci spinge a diventare anche soggetti socio-politici.
Il Capo I Art. 1 comma 4 precisa che ”Gli enti locali, le regioni e lo Stato, nell’ambito delle rispettive competenze, riconoscono ed agevolano il ruolo degli organismi non lucrativi di utilità sociale, ……..delle organizzazioni di volontariato….”. Al comma 5 precisa che “Alla gestione ed all’offerta dei servizi provvedono soggetti pubblici nonché, in qualità di soggetti attivi nella progettazione e nella realizzazione concertata degli interventi, organismi non lucrativi di utilità sociale……. , organizzazioni di volontariato… ecc.”
Il Capo II Art. 6 comma 2, precisa i compiti dei comuni che sono:
“programmazione, progettazione,realizzazione del sistema locale dei servizi sociali a rete, ……con coinvolgimento dei soggettivi cui all’art. 1, comma 5” “autorizzazione, accreditamento e vigilanza ………dei soggetti di cui all’Art.1, comma 5……”
Al comma 3 punto d) precisa che il comune provvede a “effettuare forme di consultazione dei soggetti di cui all’Art.1 comma 5 e 6 per valutare la qualità e l’efficacia dei servizi e formulare proposte al fine della predisposizione dei programmi.”
Ce ne è abbastanza per capire che non possiamo rimanere passivi e lasciarci escludere dalla programmazione, dai piani di zona ecc.,. Altrimenti ci sarà qualcun altro al nostro posto a partecipare e noi che “radicandoci nell’evento di Cristo, intendiamo esercitare un volontariato che rinnovi la società, che rinnovi la vita, che rinnovi la terra”, ci troveremo alla finestra a guardare ciò che è stato fatto da altri, magari mossi da logiche più politiche e meno attente alle persone.
Partecipiamo, quindi, alla concertazione e portiamo avanti il nostro punto di vista cristiano, diventiamo soggetti attivi per quel cambiamento della società che porti sempre a meno assistenzialismo, a più diritti ed ad un migliore futuro per le persone che soffrono.
Facciamo in maniera che ci sia sempre meno bisogno di tribunali e di processi, perché quando questi intervengono il danno è già stato creato.
Vorrei infine, richiamare l’attenzione sul principio di sussidiarietà introdotto dalla 328 con l’Art. 1 comma 3, principio che sta alla base del coinvolgimento del Volontariato nei rapporti con la
Pubblica Amministrazione.
Il principio di sussidiaretà riguarda i rapporti tra Stato e Società e si articola su tre livelli:
a) non faccia lo stato ciò che i cittadini possono fare da soli: le varie istituzioni statali devono creare le condizioni che permettano alla persona ed alle aggregazioni sociali (famiglia, associazioni, gruppi, in una parola i cosiddetti”corpi intermedi”, di agire liberamente e non devono sostituirsi ad essi nello svolgimento delle loro attività.
b) lo Stato deve intervenire (sussidiarietà deriva da subsidium, cioè aiuto), solo quando i singoli ed i gruppi che compongono la società non sono in grado di farcela da soli.
c) l’intervento sussidiario della mano pubblica, deve, comunque, essere portato al livello più vicino al cittadino: in caso di necessità il primo ad agire sarà il comune, quindi la Provincia, poi la Regione ed infine lo Stato.
Cosa si può aggiungere a quanto sopra? Solo che il principio dell’assistenzialismo è superato e si riconosce ai cittadini e alle associazioni la titolarità a svolgere attività che i pubblici poteri sono tenuti a favorire in quanto di pubblica utilità.
Sussidiarietà non vuole dire delega al volontariato ed al non profit per la promozione della solidarietà e della giustizia sociale.
Sussidiarietà mette al centro la cultura e la pratica della partecipazione, la capacità delle istituzioni di scoprire le risorse e le competenze delle persone presenti sul territorio, propone un welfare che sposta l’attenzione dalle prestazioni, allo stato di benessere di coloro cui le prestazioni sono destinate.
Concludendo, cerchiamo di operare si come un volontariato gratuito, libero, autonomo, dalle idee chiare e dai principi altrettanto chiari, ma anche come un volontariato aperto ai nuovi processi, un volontariato che partecipa alla evoluzione della società ed autorevolmente dice il suo pensiero.
Facciamoci sentire come una presenza reale sul territorio, là dove vengono prese delle decisioni, influenziamole, se possibile a favore dei meno favoriti dalla sorte.