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Convegno Nazionale Avulss
Senigallia 23 ottobre 2004
"L'Avulss di Don Giacomo, ieri e oggi"
| relazione | relatore |
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volontariato che fonda la sua attività nella comunione e realizza totalmente lo slogan "lavorare insieme per servire meglio" |
Gioia Consoli |
Consapevole che da molti, moltissimi di voi, ho da imparare cos'è la comunione, vorrei cominciare a dire cosa, a mio avviso, non è comunione.
Comunione non è fare, insieme, le stesse cose. Non è uniformità. Non è essere "un cuor solo ed un'anima sola" ( come è detto in Atti 4,32) perdendo la propria identità, unicità. Non è bene lasciarsi assorbire gli uni dagli altri.
Comunione non è un generico “embrassons-nous”, un “volemose bene”, come dicono a Roma. Non significa essere acquiescenti, rinunziare alle proprie idee, senza un atteggiamento critico, solo per amore di pace.
Comunione non è accoglienza. Chi, nell’ambito della Delegazione, del Nucleo o del Settore, ci mette a nostro agio, chi ci fa sentire in famiglia, chi non scambia la nostra timidezza per superbia, chi ci offre per primo un sorriso di cui avevamo tanto bisogno per aprirci anche noi ad un sorriso, fa un buon servizio di accoglienza. E’ il primo passo, importante, indispensabile per creare legami, ma non è ancora comunione.
E’ quando accolgo con sincero rispetto l’altro, col suo vissuto, con le sue idee che potrebbero essere discordanti dalle mie, quando mi sforzo di accettarlo così com’è, di condividerne i dolori ma anche le gioie, quando mi accosto senza preconcetti, senza pregiudizi, quando gli sorrido con gli occhi e lo accolgo col cuore, (chiunque altro, e non solo il fratello che sono chiamato a servire), ecco allora che ho completato il passo che mi avvicina alla comunione.
Questo è il nostro cammino, il cammino del Volontario Avulss che realizza il suo servizio nella comunione, come è scritto nella nostra Carta.
Uscire dal proprio guscio, mettersi in cammino alla ricerca dell’altro è importante.
Il cammino è dinamismo, novità, apertura. Non a caso dal 1993 in poi l’espressione
“Il cammino del Volontario Avulss”... fa da premessa, come un leitmotiv, al tema dei nostri Convegni. Mi piace questa metafora. E’ bello sentirsi in cammino; mi dà un senso di vitalità e di gioia, sempre protesi a nuovi traguardi. Noi Avulsini non ci sentiamo mai arrivati; guai se non fosse così. Ma non andiamo a zonzo, non ci muoviamo a caso.
Il nostro cammino, la nostra meta è tracciata nella
Carta del volontario Avulss.
Che per noi è una guida, una bussola, un traguardo a cui tendere, per don Giacomo il Vangelo dell’Avulss!
“La Carta del Volontario va meditata profondamente, attentamente, scriveva, perché è come il Vangelo dell’Avulss. Se il Volontario non l’ha assimilata come fa a svolgere un volontariato Avulss serio, impegnato nel modo giusto?”
Negli ultimi decenni del secolo scorso abbiamo visto un continuo fiorire di Carte: tante e di tutti i generi.
La nostra Carta, ricordiamolo con un pizzico di sano orgoglio, o umilmente orgogliosi, come direbbe con un ossimoro il prof. Melzi, risale al 1985: una delle prime, certamente la prima per il Volontariato, scritta quando ancora non c’era il proliferare di tante Carte.
L’AVULSS profetica anche in questo.
Il Volontariato Avulss che, come troviamo nella nostra Carta, nasce come risposta ad una chiamata (vocazione), sorretto e alimentato dall'ispirazione cristiana, che nell'organizzazione, nella continuità del servizio e nella gratuità/dono di sé, ha i suoi principi fondanti, può centrare tutti questi obiettivi perché fonda ogni sua attività nella comunione, ben sapendo, come afferma il nostro slogan, che è necessario“lavorare insieme per servire meglio”.
In questo breve excursus ci siamo soffermati su cosa non è la comunione, e scorrendo velocemente la nostra Carta abbiamo visto come tutto il cammino del Volontario Avulss è orientato verso di essa.
E allora come definire la comunione?
Etimologicamente il termine deriva dal greco koinos, "comune", da cui il verbo koinoo che significa "mettere in comune”; sicché koinonia è "l'avere in comune, il condividere, il partecipare a". Per i primi cristiani ben presto diventa sinonimo di comunità, di simpatia e si traduce nell’unione fraterna, nella condivisione dei beni, nella colletta a favore dei più bisognosi e, in un’identica vita di fede, nella comunione all'altare, nutrendosi insieme del corpo e del sangue di Cristo.
Il termine greco traslato in lingua latina si arricchisce ulteriormente di significato: “communio ” (da cum e munus ) mette in evidenza il significato di “servizio, compito, dono”.
La comunione, quindi, è un servizio all’altro che per il cristiano diventa un compito imprescindibile,( la fede senza le opere è morta, dice san Giacomo-2,26-), un servizio da fare munificamente proprio per dono ( pensiamo anche al significato di per-dono, perdonare).
Alla comunione don Giacomo attribuiva la massima importanza ed esortava a realizzarla con Dio, coi fratelli, con noi stessi.
“ Nel comportamento del Volontario AVULSS - scriveva- al primo posto c’è la comunione che è un po’ la divisa del Volontariato AVULSS. Cerchiamo di aiutarci a vicenda ad assumerla nel nostro comportamento di ogni giorno, ma soprattutto nel nostro intimo: Comunione con Dio, Comunione con i fratelli, Comunione con noi stessi”. (da Avulss-L’Informatore 15 gennaio 1986)
La comunione con Dio è un’esigenza, non sempre consapevole, del nostro io. “Signore tu ci hai fatto per Te e il nostro cuore non trova pace lontano da Te”, dice sant’Agostino.
Se e quando riusciamo a fare silenzio dentro di noi scopriamo un bisogno d’infinito, una sete d’immortalità, un senso di nostalgia che non si acquieta finché non troviamo Chi è “venuto per servire e non per essere servito”, finché non ci mettiamo sulla scia di Chi ci ha amati per primo e ci ha lasciato un comandamento nuovo: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”.
La comunione con Dio non può prescindere, quindi, dalla comunione con gli altri, con tutti gli altri. Anche se umanamente non sempre è facile. Ma tutti gli altri, in un’ottica di fede, sono nostri fratelli.
E a volte la comunione passa attraverso la croce, i cui bracci hanno una dimensione verticale, verso l’alto, verso Dio, ed una orizzontale, verso il basso, verso l’uomo. In mezzo, Essenza unificante, inchiodato per amore, Cristo.
Dio non creò l'uomo lasciandolo solo: fin da principio « uomo e donna li creò » (Gen1,27) e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di persone. Dobbiamo realizzare la comunione a partire dal prossimo più prossimo, la famiglia.
“E’ facile amare coloro che stanno lontani. Non lo è sempre amare quelli che vivono accanto a noi. E’ più facile offrire un piatto di riso per saziare la fame di un infelice che colmare la solitudine e la pena di qualcuno privo di amore entro la nostra stessa famiglia” scrive, con parole accorate, Madre Teresa di Calcutta.(Sorridere a Dio, pag. 16).
.Dobbiamo realizzare la comunione, con impegno, direi quasi con ostinazione, anche all’interno della nostra Associazione, che deve essere intesa, ed è, famiglia allargata.
“Iddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli” è detto in Gaudium et spes (24).
E nella nostra famiglia Avulss
“E’ diffuso il senso di appartenenza alla Associazione? Ne sono umilmente orgoglioso? Facciamo veramente a gara nello stimarci a vicenda? Usiamo una schiettezza amorevole nel rimprovero? Abbiamo tra noi raggiunto l’unità i cui frutti sono la comprensione, la coerenza, l’armonia, la capacità ecumenica, la buona fede difesa in tutti? Realizziamo la comunione dei beni, anche economici?”
A quanti di questi pressanti interrogativi posti dal professore Melzi possiamo rispondere affermativamente?
Dobbiamo inoltre realizzare la comunione con i fratelli, specie i più piccoli, che siamo chiamati a servire con tutti i mezzi e i modi indispensabili ad una valida relazione di aiuto, (counseling). Capaci di “farci uno” con ciascuno e con tutti; capaci di condivisione, di ascolto empatico,( piangere con chi piange, ridere con chi ride secondo la nota massima di san Paolo). Ascolto che diventa spesso autentica azione terapeutica, consapevoli che
“I volontari Avulss devono essere capaci anche di questa azione terapeutica, una psicoterapia, però, completa, fatta sì, di nozioni serie, ma anche di un’ umanità ricca di Dio, che sa donare Dio per costruire un mondo nuovo”come ci ricorda don Giacomo(L’Informatore, n.45-luglio/agosto 1998).
Infine è indispensabile saper realizzare la comunione con noi stessi,
accettandoci per come siamo, ma sempre con una viva tensione morale che ci orienta verso l’alto; accettandoci non in maniera passiva- sono così, non posso farci niente, non posso migliorare, non potrò cambiare mai- ma con sano dinamismo, convinti che si può ricominciare sempre da capo, consapevoli che dopo ogni notte sorge sempre l’aurora e Dio fa nuove tutte le cose.
Non dobbiamo però confondere il rispetto e la cura che dobbiamo anche a noi stessi, (Ama il prossimo tuo come te stesso cfr. Lev.19,18; Mt. 22, 34-40; Mr. 12,29-31; Lc.10,25-29), con l’egoismo, l’egocentrismo che non permettono di realizzare la comunione. Come dice Raul Follereau, “ non si può essere felici da soli”. E l’egoismo non paga.
Teologicamente l’uomo è un esse ad, un essere creato in relazione: l’individualismo, l’egocentrismo, il rifiuto di aggregazione sono forme che vanno contro l’essenza stessa dell’uomo che così facendo non si realizza in pienezza.
“L'uomo, infatti, per sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti.” (Gaudium et spes 12).
Perché è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. E il nostro Dio, il Dio cristiano, non è il “ misantropo solitario dei cieli” come lo definiva Voltaire. Non è un Dio uno e basta. Non è nemmeno un Dio due, un Dio buono e un Dio cattivo. E’ un Dio uno e trino, cioè un Dio in cui c’è un dialogo tra il Padre e il Figlio, con un terzo che è lo Spirito. Il dogma trinitario in quanto communio personarum, comunione di persone, è il modello trascendente della chiamata dell'uomo alla comunione interpersonale nel dono sincero di sé. La nostra vita rispetta esattamente la dinamica trinitaria, di conseguenza, com’è detto nella nostra Carta,
la Comunione è data all’uomo dalla somiglianza di ciascuno con l’Autore e il Signore della vita.
Ed essa, così connaturata all’uomo, così inscritta nel suo DNA, è da considerarsi un “dono”( lo abbiamo visto inizialmente anche nel suo significato etimologico, munus) e in quanto tale si può accettare o rifiutare.
Quante volte per piccole beghe, per piccole gelosie, per impuntature, per rigurgiti d’orgoglio, per invidiuzze si scatenano nei nostri gruppi dei conflitti che poi è difficile gestire. Non allarmatevi per quel che dico, certi comportamenti fanno parte della natura umana.
Anche la koinonia delle origini si realizzava con difficoltà. I Vangeli suppongono in più luoghi dissidi fra gli apostoli, su chi doveva avere i primi posti, equivoci circa il modo di concepire il regno di Dio e ricordiamo gli energici richiami del Maestro. Nelle sue Lettere Paolo allude alle controversie e faziosità delle chiese nascenti, alle varie contrapposizioni di correnti, e ammonisce a non dire: "Io sono di Paolo", "io di Apollo", "io di Cefa" ed "io di Cristo". Cristo è forse diviso?” (I Corinzi, 1,11-13). Sappiamo anche che ci fu di peggio. Durante la prima persecuzione molti cristiani furono catturati perché denunciati da altri cristiani, come ci attesta Tacito negli Annales ( XV, 44,6). E in quelle che seguirono molti furono i lapsi, i "caduti": questo il nome con cui erano generalmente definiti gli apostati, coloro che avevano preferito rinnegare la propria fede pur di aver salva la vita. E per molto meno Pietro non rinnegò tre volte? Nel corso dei secoli l’uomo è quello di sempre, con le sue luci e le sue ombre.
Lo sappiamo, lo abbiamo già detto sin dall’inizio che non è facile raggiungere la comunione.
Ora come allora. E’ così difficile che, non a caso, tra le opere di misericordia spirituale c’è il “sopportare con pazienza le persone moleste”. E la pazienza è considerata da san Paolo una grande virtù. Non è facile realizzare la comunione tra persone vicine, che nella stessa casa, nello stesso posto di lavoro, nella stessa Associazione Avulss vivono e pensano diversamente. Ma non abbiamo scelta. Se voglio salvarmi lo devo fare insieme a te che mi sei antipatico, con te che mi critichi, con te che invece di incoraggiarmi mi metti il bastone tra le ruote e mi butti giù con uno sguardo, con una parola, in tanti modi! Non abbiamo scampo perché, come ci ricorda la nostra Carta,
“Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo”(LG 9).
Siamo tutti in cammino, il traguardo della perfetta comunione è ancora lontano.
La nostra Carta ravvisa due condizioni perché la comunione tra noi non solo possa nascere ma consolidarsi e durare nel tempo: 1) la comunione degli spiriti; 2) la comunione dei beni.
Ad analizzarle punto per punto ci sarebbe ancora tanto da dire, ma devo affrettarmi a concludere. Può essere lo spunto perché ognuno di noi possa meditarli per suo conto. Consentitemi però di soffermarmi rapidamente almeno su tre aspetti: tempo, correzione fraterna, capacità di perdono.
Mi ha colpito che la Carta del Volontario Avulss, - che, ripetiamolo, don Giacomo definiva il Vangelo dell’Avulss, - parlando della comunione dei beni con cui l’avulsino deve realizzare il suo servizio metta al primo posto il tempo.. Mai come nella nostra società avvertiamo il valore e la mancanza del tempo. Siamo tutti senza tempo, rincorriamo il tempo, e per la maggior parte degli uomini non lo si può impiegare in cose non produttive e, ancor meno, donare. Un’antica preghiera irlandese ci esorta a trovare tempo.
Trova tempo per pensare, è la fonte del potere.
Trova tempo per sognare, è attaccare il tuo carro ad una stella.
Trova tempo per leggere, è il fondamento della saggezza.
Trova tempo per l’amicizia, è la strada della felicità.
Trova tempo per amare ed essere amato, è il privilegio degli dei.
Trova tempo per ridere, è la musica dell’anima.
Trova tempo per aiutare gli altri, la giornata è troppo breve per essere egoista.
Non possiamo essere egoisti. Non aspettiamo di avere il tempo per potere servire. Non aspettiamo anche perché…non sappiamo quanto tempo abbiamo!
Il Volontariato tradizionalmente ed in modo un po’ superficiale, è definito come dono del tempo, del tempo aggiuntivo, del tempo residuale. Ma chi fa volontariato seriamente, chi ne ha fatto una scelta di vita sa che non è così.
Sant’Agostino ci dice che il tempo siamo noi, “l’uomo stesso è il tempo”, e ci dice che la misura del tempo è dentro di noi nel senso che è l’uomo che attribuisce, dà valore al tempo e non viceversa.
Attribuire valore al tempo vuol dire stabilire priorità, compiere delle scelte consapevoli, dare significato. L’uomo che sceglie vive il tempo, lo attraversa consapevolmente, non lo subisce passivamente. Ma chi opera in esso sa, con sant’Agostino, che il tempo scelto, il tempo agito, non è mai aggiuntivo, residuale: è la dimensione stessa dell’essere. Pertanto dobbiamo dire, con più consapevolezza, che il Volontariato si connota non per la donazione del tempo ma come donazione di sé. Ecco perché il tempo è la prima cosa da offrire, da mettere in comune e non solo con gli altri che andiamo a servire. Ecco perché dovremmo considerare gli incontri di formazione permanente, i vari momenti dello stare insieme non come perdita di tempo, ma come occasione di crescita e di comunione. Tralasciando gli altri punti, tutti interessanti peraltro, arriviamo alla Correzione fraterna.
Spesso i Responsabili si trovano, più spesso di quanto si creda, a dover sanare dissidi, calmare animi che facilmente si infuocano, correggere certi orientamenti in contrasto con lo Statuto o con i principi ispiratori. E a volte (o spesso), si creano in seno al gruppo malumori e diffidenze. Infatti è possibile, malgrado ogni buona volontà e tante lezioni ascoltate, che l’operato di qualcuno non sia corretto. Capita. E nemmeno tanto raramente. I Responsabili hanno il dovere d’intervenire, l’ingrato compito di correggere certe situazioni sbagliate. L’importante è agire con garbo, con spirito di servizio, mai col dito puntato. Ricordiamoci che quando punto il dito contro qualcuno altre tre dita sono rivolte verso di me! E chi è ripreso non deve offendersi. Come Avulsini dovremmo accettare osservazioni, correzioni, perfino critiche, con semplicità, oserei dire con gratitudine. Come cristiani dovremmo commentare qualche volta il Vangelo di Matteo che dice:
“Se il tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo”, e più di una volta finché non cambia condotta (Mt.18,15-20).
Più categorico e inquietante il linguaggio del profeta Ezechiele: “...Se tu non parli per distogliere l’empio dalla sua condotta egli, l’empio, morirà per la sua iniquità; ma della sua morte chiederò conto a te”(Ez.33,7-9).
Accettiamo serenamente la correzione fraterna, senza suscettibilità, senza malumori!
In fine un’ultima richiesta che sollecita la capacità di perdono:
“Chiedo ad ognuno di essere apostolo di pace e di riconciliazione, perché la pace e la riconciliazione sono la base su cui creare ogni rapporto umano, sia tra i Volontari sia verso i fratelli sofferenti e malati che siamo chiamati a servire”
E’ il nostro fondatore che ce lo chiede, don Giacomo Luzietti che nei nostri Convegni sentiamo più vicino. Particolarmente oggi, qui, nella sua Senigallia, che ininterrottamente dal 1984 al 1990 è stata sede dei Convegni nazionali.
Molti di noi qui presenti ricorderanno il silenzio assoluto con cui qui, a Senigallia, fu accolto don Giacomo che per la prima volta vedevamo inchiodato in carrozzella; il suo parlare sommesso, a fatica; il caloroso, lunghissimo applauso che ne seguì, tutti in piedi, tutti volendogli testimoniare in quel modo il nostro affetto, il nostro sentirci ancor più uniti, in comunione con lui e fra noi, e le sue lacrime di commozione.
Sono passati ormai quasi diciotto anni da quella sera. Sono cambiate molte cose da allora, all’interno e all’esterno della nostra Associazione; siamo cambiati e maturati anche noi. Non possiamo e non vogliamo restare ancorati al passato perché come volontari AVULSS siamo sempre in cammino, proiettati in avanti, sempre “profetici” ; ma siamo ancora convinti, ora come allora, che la nostra forza è “Lavorare insieme per servire meglio”, è lo stare uniti, in comunione fraterna fra noi, in comunione con te, don Giacomo. Con la stessa commozione di allora, con la stessa semplicità grazie don Giacomo. E grazie a voi tutti