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Mesagne (Brindisi) 26 - 27 novembre 2005 LAVORARE INSIEME PER SERVIRE MEGLIO |
tema della relazione:
Lavorare insieme con ... in ... ambito socio sanitario ...
relatore:
Loredana Benvenga
Questi che viviamo sono tempi duri : terrorismo internazionale, venti di guerra, attentati … E'indubbiamente difficile per tutti, ma soprattutto per i volontari, essere segno di speranza e promessa di un mondo migliore. Sembrano inattaccabili, infatti, le forze che spingono verso il baratro, la non esistenza, la perdita di dignità della persona.
Tuttavia il nostro essere volontari presuppone una sfida continua nel quotidiano: è stata questa la riflessione che mi ha colto nel momento in cui mi è stato chiesto di preparare una comunicazione per questo convegno.
La sfida è innanzitutto con noi stessi e le nostre paure più profonde, sia che esse riguardino la malattia, l'ombra della morte, l'invalidità alle quali cerchiamo, umilmente, di portare sollievo.
Ma certamente lo "scandalo" maggiore è rappresentato da ciò che mi viene di chiamare dolore innocente: la percezione, spesso drammatica e avvilente, dell' apparente “non senso” della malattia e del soffrire a cui la medicina non può dare una risposta. La sofferenza è una finestra sul mondo che scuote le nostre incrollabili fragili sicurezze riportandoci dritti al senso della vita col mistero del dolore.
Ogni operatore sa a che cosa mi stia riferendo.
Viviamo su questo pianeta per aiutarci a vicenda a portare il pesante fardello dell'esistenza. Non ci sono per questo giorni speciali: tutti i giorni lo sono. I sofferenti sono accanto a noi, sono come noi. Parte da questa convinzione la scelta di diventare solidali e il desiderio di passare dai pensieri solidali alle azioni. Potrà sembrare non vero, eppure la solidarietà nasce e cresce in coloro che hanno la consapevolezza del valore di se stessi. Chi non ama la propria crescita, non sarà mai disponibile a sostenere quella degli altri. Le persone che veramente amano gli altri, hanno la consapevolezza che niente vale quanto la vita.
Chi con i volontari vive ogni giorno accanto ai bisognosi, è consapevole che la solidarietà non ha solo contorni morali. E' anche un imperativo psicologico.
Avere a cuore gli altri è un'esigenza della mente e del cuore. Chi vuoI bene agli altri appaga se stesso ed è felice. Ogni gesto di premura e attenzione alle persone sole e sofferenti, ci fa star bene e ci rende soddisfatti di esserci. In altre parole, la solidarietà è la prova della nostra grandezza.
Quando amiamo chi è nel bisogno produciamo gioia, serenità, benessere interiore.
Vediamo negli altri la forza del nostro amore che li rende felici. Coloro che ricevono i nostri gesti di bontà e disponibilità ricambiano regalando alla nostra esistenza significato, valore e maturità.
Naturalmente nessuno si deve sentire un benefattore d'amore, un dispensatore di bene.
L'amore dato agli altri ritorna a noi in forme diverse che motivano la nostra esistenza e qualificano le scelte.
La solidarietà ci consente di vivere nel cuore delle persone e quindi di abbattere quei muri che ci separano e qualificano come diversi.
Chi è solidale è sollecito, non si fa attendere, anticipa sempre, agisce subito. In questo
“subito” è presente il rischio, la fatica la rinuncia.
I volontari sanno bene che non possono sostituirsi a chi è nel bisogno ma “solo” ascoltare e condividere. Soltanto con l'ascolto e la partecipazione empatica relazionale si può restituire di fatto all'altro la dignità e la forza per contrastare il malessere in modo attivo divenendo protagonisti della propria esistenza.
In questo modo i volontari si propongono come “ponte” di dialogo e di integrazione tra la società e i gruppi marginali. Il nostro compito è quello di ricostituire la comunità in senso solidale.
Per chi interviene sui sofferenti non sono possibili sondaggi, statistiche. Ogni persona merita centralità, personalizzazione. Se si vuole affrontare in maniera corretta l'assistenza della persona sofferente, senza circoscrivere l'orizzonte delle sue richieste o rispondervi affrettatamente, occorre evitare di rendere gli ospedali “rimesse biologiche” dove le parti umane disfunzionali sono riparate o ricostruite.
Tali “prigioni della pietà” oscurano l'integrità e dignità della persona.
Occorre ritrovare il cuore, e fame uno strumento di conoscenza e applicazione. Oppure, come diceva padre Joseph Wresinski, fondatore del Movimento Internazionale Atd Quarto Mondo, “occorre operare con cuori che battono ancora forte per lottare, con un coraggio che esige il diritto a una inestimabile dignità”.
Forse l'opera del volontario è tutta qui. Grazie per la cortese attenzione.