Mantova 1 - 2 ottobre 2005

LAVORARE INSIEME PER SERVIRE MEGLIO

 

tema della relazione:

Ambito socio sanitario

relatore:

Dott. Raffaello Stradoni

 

 

Cari volontari AVULSS, in quanto medico di un ospedale, ritengo opportuno cogliere questa occasione per cercare di far capire quali sono gli aspetti etici che più sono presenti nella vita quotidiana della corsia.

Prima di tutto va detto che procreazione assistita, embrioni, aborto, interessano in modo marginale il nostro ospedale, mentre si affaccia prepotentemente all’attenzione il tema della morte, del ruolo della medicina rispetto ad esso e del diritto di conoscenza ed autodeterminazione dei pazienti.

Alcuni anni fa nell’ambito di un corso di aggiornamento, io ed alcuni altri medici, che lavoravano nell’ambito della organizzazione dei servizi sanitari, fummo incaricati di collaborare ad un progetto rivolto ai bisogni sanitari della popolazione anziana.

Il nostro tutor volle farci incontrare con uno storico, cosa che ci stupì molto, ma che si rivelò estremamente appropriato.

Costui ci parlò delle condizioni di vita del medioevo e ci sottopose un esperimento mentale.

 

Immaginate di trovarvi in una strada di una città italiana del medioevo; ponete ad un passante le seguenti domande:

Pensi che per te sia importante la salvezza dell’anima?

Cosa sei disposto a fare per ottenerla?

Ebbene non solo le risposte sarebbero state “ certamente sì” e “ tutto”, ma probabilmente il passante avrebbe pensato che di trovarsi di fronte ad un provocatore o ad uno sciocco, in quanto questo sentire permeava tutta la vita di tutti i cittadini.

Se passiamo ai nostri giorni vi accorgerete che le domande di cui sopra sono diventate non scontate e le risposte potrebbero essere molto varie, ma se al posto della salvezza dell’anima ponessimo la salute ci troveremmo nell’identica situazione.

 

Per me ciò fu illuminante; credo che anche noi, che pure ci riconosciamo in quella fede, poniamo nella ricerca della salute moltissime delle nostre energie; tutta la nostra società ritiene la salute un bene assoluto, anzi, il concetto di salute viene ormai esteso anche all’aspetto estetico del corpo ed alla ricerca di una giovinezza il più prolungata possibile.

Che i progressi della Scienza (che ci hanno consentito di liberarci di tante malattie e della insicurezza legata alla possibilità di morire in ogni momento per patologie oggi considerate banali) siano una cosa buona è fuori di dubbio, ma è invece molto preoccupante il porre la salute come centro della nostra esistenza.

Avere la salvezza dell’anima come assoluto genera sempre speranza, ma porre la propria ragione di vita nella salute conduce fatalmente alla disperazione, perché tutti noi siamo mortali.

Le ultime ricerche scientifiche in questo campo sembrano indicare che esista un meccanismo genetico, intrinseco a noi, che determina la lunghezza della nostra vita e, comunque, per la stessa teoria dell’evoluzione se la generazione precedente non muore, non vi è spazio per quella successiva e per i mutamenti indispensabili per l’adattamento ai cambiamenti  ambientali; in altre parole, se non moriamo non c’è spazio e possibilità per i nostri figli.

Quali sono le conseguenze di ciò nel quotidiano delle nostre corsie?

Il personale sanitario, in particolare i medici, sono formati con l’idea di combattere la morte a tutti i costi. La morte di un paziente è sempre una sconfitta, e se ciò dà impulso a ricercare sempre quanto di meglio per il paziente, dall’altro crea grandi problemi nei reparti dove vi sono pazienti per cui non vi è più speranza di guarigione.

Solo da pochi anni alcuni stanno ragionando sul tema della cura del paziente inguaribile, del controllo del dolore, dei limiti dopo i quali l’intervento medico diventa accanimento terapeutico,  del modo di dare dignità al morente ed alla morte, comunicando la verità, senza al contempo uccidere la speranza.

In assenza di ciò si verificano spesso casi di burn out (esaurimento psicologico del personale) o atteggiamenti di fuga e di disinteresse. Molti pazienti, quando non vi sono più possibilità terapeutiche si sentono abbandonati, sia dai singoli che dalle istituzioni e va comunque detto che, senza adeguati strumenti, per il personale tutto arriva ad un punto in cui il dolore dei pazienti e dei loro cari diventa letteralmente intollerabile.

Questo giustifica pienamente l’intuizione della vostra associazione, che da sempre pretende ed esige che vi sia un percorso formativo per l’accesso alle attività di volontariato. Il desiderio di dare aiuto al prossimo non è sufficiente. L’uomo è fatto di cuore e di intelligenza ed entrambe sono indispensabili al nostro corretto agire, per non cadere nel difetto dell’approssimazione e del pressapochismo da una parte e nella freddezza e disumanità tecnologica dall’altra.

Ringrazio voi tutti per avermi concessa l’opportunità di portare la mia esperienza e, nel salutarvi, auspico che vi sia da parte nostra e una vera riflessione su quale sia il vero fondamento del nostro agire, quale la nostra speranza, quale il punto del nostro assoluto.

 

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