Mantova 1 - 2 ottobre 2005

LAVORARE INSIEME PER SERVIRE MEGLIO

 

tema della relazione:

aspetti motivazionali, psicologici e spirituali del servizio volontario

relatore:

Dott.sa Paola Aleotti

Secondo recenti analisi nel nostro contesto sociale crescerà sempre più il ruolo di soggetti di azione volontaria in grado di produrre prestazioni, pratiche sociali mosse dai principi della reciprocità, della solidarietà e della gratuità.

Il volontariato costituisce un fenomeno distribuito in maniera multiforme all’interno del nostro contesto sociale secondo una filosofia variegata di risposta a esigenze di natura diversa.

Prima di entrare nello specifico vorremmo definire, a grandi linee, le varie forme di solidarietà che caratterizzano il volontariato: esiste una solidarietà "diretta" che si traduce in una forma di aiuto rivolta a persone in situazione di disagio o sofferenza; ne esiste una indiretta caratterizzata, ad esempio, dalla salvaguardia o recupero dell’ambiente. Analizzando inoltre il primo tipo di volontariato risulta naturale suddividerlo in un primo sottotipo che chiameremo, per comodità, a rapporto diretto (parliamo del volontario che attua un programma di assistenza all’interno di un reparto ospedaliero) e in un secondo a rapporto indiretto (un tipico esempio è quello dei donatori di sangue o di midollo osseo che non conoscono i destinatari del loro atto di generosità).

MA CHI E’ IL VOLONTARIO?

Il volontario è colui che dona volontariamente, spontaneamente e gratuitamente ad altri la sua intelligenza, la sua cultura, il suo tempo, la sua affettività; non solo occasionalmente, ma in modo continuativo e non con l’atteggiamento del benefattore, ma della persona che condivide un disagio o uno stato di sofferenza.

Questo volontariato non può essere considerato esclusivamente come un intervento riparatorio nei confronti delle inadempienze delle organizzazioni socio-sanitarie bensì presenta un forte valore aggiunto poiché viene a distinguersi per il fatto di saper rispondere ad esigenze e bisogni e saper produrre "beni" non producibili da altri. Il ruolo delle iniziative promosse dal volontariato è quello di interpretare esigenze del tutto nuove sul piano storico cioè la produzione di BENI RELAZIONALI cioè quei beni che l’organizzazione pubblica e lo stato faticano a produrre. Se 30/40 anni fa i bisogni erano più semplificati e le risposte tendevano ad essere più omogenee, oggi a bisogni più diversificati necessariamente deve corrispondere una risposta adeguata e più articolata.

Il contesto sociale attuale ha fatto esplodere il bisogno di relazionalità in grado sia di recuperare i valori della cura familiare e parentale sia di incrementare aree significative di condivisione, partecipazione e solidarietà.

Negli ultimi 20 anni un po’ in tutti i campi della medicina sono andati affermandosi i gruppi di volontariato che riflettono da un lato la necessità di non essere soli quando si è malati e dall’altra suggeriscono la possibilità di una cura che non appartenga solo agli specialisti della salute. Il volontariato richiama dunque l’idea che nell’essere malati c’è una dimensione umana che va accolta e raccolta.

Ed è proprio a questo tipo di volontariato che si ispira l’Alvulss, un volontariato in grado di contrapporre alla burocrazia la flessibilità, alle modalità di intervento standardizzate l’aiuto personalizzato, attento ai bisogni e alle caratteristiche dell’altro.

La trasformazione del volontariato da fenomeno esclusivamente spontaneo ad intervento organizzato, avviene nel tempo e si lega a differenti fattori di tipo sociale, psicologico e storico. Il volontariato nasce come espressione della carità e della fraternità: in questa accezione attraversa tutta la storia della Chiesa ponendosi come una delle più antiche forme di partecipazione dei cristiani alla vita della comunità.

Il volontariato è per molto tempo soprattutto un fenomeno caritatevole di matrice tendenzialmente religiosa che si poggia su un ridotto impegno finanziario dello Stato nel campo dei servizi sociosanitari e assistenziali.

Soltanto dopo gli anni 60, periodo di crisi per lo stato del benessere si assiste a significative trasformazioni sociali e culturali che portano ad un sempre maggiore impegno solidaristico (anche in ambito laico) e al progressivo sviluppo di gruppi di volontariato. A livello sociale alla carità si affianca il concetto di solidarietà laica che si lega alla ricerca e alla crescita di un nuovo sentimento di cittadinanza e di comunità. Il suo peso sociale è costituito non solo dal servizio materiale svolto, ma anche dai valori che introduce nella società.

Conseguentemente la figura del volontario è diversa rispetto al passato; fare volontariato oggi è uno stile di vita, un modo di mettersi in relazione con il mondo e con gli altri nel tentativo di contribuire al cambiamento delle istituzioni e della società. Sono anche cambiati i bisogni del volontario "moderno" che chiede di uscire da una condizione di libera iniziativa per essere inserito in un’organizzazione costituita da persone che condividono e perseguono gli stessi valori. Da qui il bisogno nuovo di qualificare il proprio intervento attraverso momenti formativi, valutativi e di confronto. L’Università del volontariato, progetto biennale di alta formazione, elaborato e realizzato dall’Avulss mantovana assieme alla Università di Mantova si colloca proprio su questa linea.

Il volontariato a cui pensiamo, dunque, è un volontariato di alto livello qualitativo disposto ad assumersi la fatica del pensare e del mettersi in discussione e per il quale riteniamo fondamentale predisporre percorsi formativi articolati in grado di fornire non solo un sapere quantitativo/contenutistico ma anche in grado di individuare ed indicare orizzonti problematici. Pensiamo ad un volontariato che sappia affiancare gli operatori sanitari e sociali con piena consapevolezza di sé e del proprio ruolo, senza confusioni né sovrapposizioni, un volontariato in grado di ascoltare, dialogare, valorizzare le persone e le istituzioni, in grado di mettersi in una posizione di servizio.

Riteniamo, inoltre, sussista uno stretto legame tra "voler fare il bene" e "fare bene il bene". Non è sufficiente essere molto buoni è necessario essere anche bravi poiché riteniamo che fare volontariato non sia l’ambito del "dopo lavoro", ma una realtà in cui l’impatto con la sofferenza, il disagio, il dolore costringe faticosamente a rimettersi continuamente in discussione, a ripensare e a ripensarsi, a cogliere l’essenza delle cose al di là della loro apparenza.

Nel fare volontariato non solo sono in gioco le capacità operative, sono in gioco aspetti interiori cioè dimensioni emotive intese come capacità di ascolto, di pensiero, di consapevolezza di ciò che l’altro prova, ma anche di ciò che proviamo noi nel rapporto con l’altro. Per chi si occupa degli altri riteniamo che responsabilizzarsi su questo tipo di capacità prima ancora che un compito tecnico è un DOVERE ETICO. Funzione del volontario dunque non è solo quella del fare, ma soprattutto quella di riconoscere, accogliere, raccogliere, accompagnare. Fare volontariato significa scoprire ogni giorno aspetti nuovi dell’esistenza umana, significa imparare ad aprirsi agli altri senza remore. Per queste ragioni il percorso formativo non l’intendiamo come un traguardo bensì come l’inizio di un cammino di crescita umana e spirituale.

Ciò premesso vorremmo qui proporre alcune considerazioni sugli aspetti della relazione che si può instaurare tra due o più soggetti nell’ambito di un rapporto solidale diretto in campo sociosanitario.

Lo spessore di una relazione è determinato dalla qualità dell’incontro tra "chi si prende cura" e "chi è curato": se la maturità emotiva di un volontario è problematica o imperfetta, è probabile che egli debba in qualche modo "difendersi" dalla relazione con l’altro o, peggio, che tenti di manipolare o dominare l’altro.

Occorre quindi, per prima cosa, analizzare le motivazioni di fondo che spingono una persona ad entrare in un flusso attivo e permanente di solidarietà verso i propri simili.

Alla base della scelta di impegnarsi nel campo del volontariato, così come alla base di molte professioni che riguardano il rapporto diretto con la persona (ad esempio medici, psicologi etc…) esiste spesso un bisogno, anche inconscio, di riparare qualcosa, riaffermando il valore della vita sulla morte. Se l’intervento "di contatto" con altre persone comporta questa intenzione (miglioramento globale della qualità di vita del paziente assistito), è necessario aver sviluppato legami "forti" con la vita, anche per poter contrastare, la sensazione, il timore, la paura di impegnarsi in un lavoro inutile. In queste situazioni risulta determinante acquisire la capacità di trovare "la giusta distanza affettiva" che permetta la vicinanza ma non l’intrusione, che lasci spazio alla libera scelta e non alla manipolazione. Va inoltre ricordato che esiste un "fascino" del tutto particolare insito nell’occuparsi dei bisogni dell’altro: è un fascino che spesso presenta elementi di "rischio" perché può indurre un senso di potenza esponendo al pericolo dell’onnipotenza. E a questo proposito val la pena ricordare che senso di onnipotenza e senso di impotenza sono due facce di una stessa medaglia.

Un’altra motivazione "pericolosa" può venire alla luce attraverso momenti di solidarietà: interessarsi all’altro come parte di sé, come specchio per rimandare un’immagine di sé "buona".(narcisismo) In queste situazioni si finisce inevitabilmente col dimenticarsi che l’altro è una persona diversa, con bisogni propri, con proprie aspettative.

Per poter incontrare l’altro nello spazio di una relazione attenta, significativa bisogna imparare a conoscere e riconoscere i propri limiti e le proprie motivazioni: solo così si potrà creare una vicinanza non superficiale bensì viva e partecipe.

E’ stato più volte sottolineato come sia necessario intendere l’azione del volontariato "con" gli altri e non "per" (o peggio "sopra") gli altri e altrettante volte si è raccomandato al volontario che si avvicina al malato sofferente un’attenta conoscenza del proprio mondo interiore, per non correre il rischio, molto più grave di quanto ognuno di noi pensi, di proiettare sul paziente le proprie paure e le proprie angosce. E’ importante essere consapevoli che se non si è allenati ad entrare dentro di sé e dentro a sentimenti a volte insopportabili non solo non si reca aiuto all’altro, ma si può fare molto male anche a se stessi.

Un aspetto centrale della relazione con il malato o l’anziano è comprendere cosa significhi trovarsi in quella condizione; è soltanto attraverso l’empatia cioè il sapersi mettere nei panni dell’altro che possiamo autenticamente aiutare l’altro. Allora cosa si prova ad essere malati? Oggi essere malati può paradossalmente risultare più difficile che 30 o 40 anni fa quando la vita media era molto più breve di quella attuale.

La malattia che si accampa all’interno del corpo e lo invade viene vissuta come un’aggressione di cui ci si sente vittime indifese, crea uno sconvolgimento che irrompe nell’ordine abituale delle cose e si riflette sui legami, sulle abitudini, sugli affetti. La malattia espone, ferisce, minaccia, isola, fa sentire fragili ed indifesi, vulnerabili, spezza il filo dei progetti e delle aspirazioni, costringe a misurarsi con la vita e con la propria capacità di continuare ad amarla.

La malattia è qualcosa che si prova, ma è anche qualcosa che mette alla prova, rappresenta un duro attacco al significato che ognuno attribuisce alla propria vita. Malattia oggi significa soprattutto PERDITA di che cosa? sicuramente della salute, del benessere, delle relazioni.

La malattia interrompe, impedisce, disarticola anche le relazioni, estranea dal mondo, innalza barriere, produce delle distanze. Il mondo appare distante: i ritmi della vita non coincidono.

Sulla situazione psicologica del paziente incidono la paura dell’indifferenza, del silenzio, dell’anonimato, del vuoto, della solitudine, della mancanza di rispetto della propria intimità.

In che modo è allora possibile fronteggiare questi sentimenti e questi vissuti?

Innanzitutto riconoscendo che questi aspetti appartengono e sono parte integrante della malattia la quale non è un evento esclusivamente organico, somatico, ma è una condizione che pone alla persona problemi a più livelli, perché molteplici, complessi ed interconnessi sono i bisogni che solleva: dai bisogni sanitari a quelli psicologici, relazionali, spirituali.

Oggi sussiste il rischio di trasformare la sofferenza in un problema esclusivamente tecnico spogliandola del suo intrinseco significato personale. E’ necessario evitare che la persona diventi solo MALATTIA.

La vita non è riducibile al solo aspetto biologico è vita personale e vivere è diverso dal sopravvivere; non è solo potersi svegliare il giorno dopo, ma avere un cuore che palpita al ritmo delle nostre emozioni, poter ancora assecondare i bisogni, i desideri.

Se pensiamo che non debba accadere che la malattia sia un fatto solamente tecnico allora è necessario cominciare a porre l’accento per tentare di capire come le persone affrontano gli stati dolorosi, come la sofferenza si presenta alla persona, che ritmi introduce nella sua vita, qual è il suo vissuto di persona costretta ad interagire con un dolore che si inserisce nella sua storia passata e presente modificandola ed intrecciandola con mille altri sentimenti ed emozioni.

Attraverso il modo in cui viene vissuta la sofferenza la persona dice di sé molte cose: dice quali sono le cose a cui crede di più, quelle forti e sentite, quali gli affetti a cui tiene, quali le sue paure e le sue insicurezze.

Dare alla sofferenza o meglio alle persone sofferenti la possibilità di esprimerla per poter essere ascoltata, condivisa, trasmessa, significa restituirle quel significato che solo evita a ciascuno di noi di diventare sordi ed insignificanti alle domande della vita.

Significa accogliere la persona nella relazione evitando di scadere in un rapporto ovvio, banale, scontato, esteriore, falsamente rassicurante o falsamente compassionevole.

Significa perseguire una comunicazione che testimoni ascolto, attenzione, che favorisca l’incontro, che comunichi comprensione delle angosce e delle paure in grado di accogliere i pensieri, i desideri, i bisogni di fiducia, di stima, di rispetto, di riconoscimento della soggettività.

Significa promuovere un atteggiamento attivo nei confronti della malattia in grado di coinvolgere tutte le risorse del paziente per non subire la malattia, per non arrendersi, per lottare ed essere strenui e mantenere un forte senso di sé. Significa anche aiutare ad accettare i limiti connessi alla malattia stessa. Significa riconoscere che l’adattamento alla malattia ha bisogno di tempo e di attenzioni. Significa diventare alleati del malato e della sua vita.

Tutti noi sappiamo quanto la sofferenza devasti, induca disperazione facendo vacillare il senso della vita, ma sappiamo anche quanto possa far crescere a patto che al di là delle lacerazioni, diventi possibile vivere legami forti, dotati di autentico spessore emotivo.

Chi soffre si sente in obbligo di lottare se lui stesso è ragione di vita per qualcuno. Si rimane legati alla vita oltre il dolore se forti sono i legami poiché i legami sono ponte verso la vita.

Il legame è una forza, un fuoco che riscalda, che rigenera, che riporta alla vita: un legame ci offre la vita.

La via che la sofferenza e il dolore insegnano è quella della cura intesa come cura della relazione senza la quale non può esserci incontro, rapporto, legame.

Qui cura la intendiamo nel suo significato originario di prendersi cura, concetto che è venuto perdendosi.

Curare non è solo prescrivere utilizzando gli strumenti a disposizione, curare o prendersi cura è un vero e proprio progetto umano e psicologico; Il concetto di uomo e di umanità è alla base del modo di curare dove l’interesse per l’altro è sincero e profondo così come sincera e profonda è la sollecitudine non intrusiva bensì attenta e rispettosa della vita e della sofferenza.

Una cultura come la nostra che è incapace di generare intimità, che concede poco spazio all’ascolto richiede di riprenderne invece il grande significato, richiede che si faccia spazio dentro di sé a processi di accoglienza, richiede che venga promossa la vicinanza; quando la persona si sente oggetto di attenzione sicura ed autentica più facilmente scatta il processo di autoaccettazione.

L’ascolto a cui pensiamo è quello che dà valore alle persone, che tesse i fili della relazione, che è occasione di incontro.

Solo chi sa ascoltare può fare della parola un atto di comunicazione, mentre nell’arroganza della parola senza ascolto vi è solo manipolazione.

Un ascolto vero, equilibrato esige il silenzio, un silenzio pieno di pensiero che diventa esercizio paziente di accoglienza di sé e dell’altro.

L’ascolto nella vita come nel volontariato è disciplina dura e rigorosa. Lo è tanto di più se vogliamo provare a capire cosa voglia dire essere persone che subiscono la malattia, se vogliamo provare a capire cosa significhi dover convivere con essa.

Se vogliamo provare ad acquisire (in un’epoca come la nostra che pretende di spiegare tutto senza capire niente) chiavi di lettura sui percorsi della sofferenza, sui temi dell’impotenza, sul significato delle relazioni umane e del senso di vivere accettando di relazionarsi con il dolore e di misurarsi con esso perché dall’esperienza possa esserci un arricchimento del modo in cui si pensa all’uomo all’interno di un contesto che restituisca valore alle vicende dolorose dell’esistenza.

Da questo punto di vista la malattia può diventare punto di convergenza in grado di indirizzare verso una modalità nuova di interpretare la medicina: una medicina ad alta valenza antropologica che non si limita a curare, ma che sa prendersi cura della persona malata rispettando gli affetti, le emozioni attraverso una trama ricca di scambi in grado di rendere vitali le spinte alla relazione, alla prossimità e alla solidarietà.

Nel portare avanti questo impegno il volontario offre una testimonianza del passaggio da una cultura dell’indifferenza e della superficialità ad una cultura più umana di condivisione, di impegno sociale, di confronto etico nella consapevolezza che accogliere la realtà della sofferenza e del dolore è anche un aiuto a ricercare il senso più profondo della nostra esistenza.

Di fronte alla sofferta e spesso angosciosa realtà della malattia e del disagio il volontario è un testimone: un testimone privilegiato al quale è richiesto di trovare risposte personali che possano costituire fondamento per la propria e l’altrui esistenza.

Alla fine di queste considerazioni, vorremmo proporre alcuni spunti che andrebbero sviluppati come temi all’interno di un cammino di formazione del volontario:

imparare ad imparare

imparare a scoprire quello che si ama fare

imparare ad amare quello che si fa

imparare a trarre piacere dal fare bene ciò che si fa

imparare a chiedere aiuto

imparare a costruire

imparare a non prendere le distanze da sé, dai propri sentimenti

imparare a dialogare con se stessi

 

 

 

Hit Counter